venerdì 20 maggio 2016

Scrivo di Uomini, non di vili

NON ho scritto mai di politica nel mio Blog,
non perché non la consideri degna di apparirvi, ché degna lo sarebbe, tant'é che presso gli antichi greci era detto "Idiotes" colui che dalla politica si estraniava. Era questa infatti, l'arte quasi sacra di attendere alle "cose" della città. Agli affetti, all'economia(oikos= casa, nomos=leggi), cioè ai bisogni effettivi, non ai ladrocini e alle corruzioni.
I romani parlarono di Res pubblica, la cosa di tutti, che a tutti apparteneva e che di tutti era schiava, serva e mezzo.
Perciò oggi transigo a quella mia "promessa" e rendo gli onori a Marco Pannella.
Un uomo che fu davvero uomo e mai succube, burattino, colluso, corrotto.
Non condivisi mai moltissime delle sue idee ma le rispettai perché venivano da un cuore onesto e sincero che antepose sempre ai suoi bisogni, quelli della gente.
Onore a lui e che riposi in pace nel cielo degli Uomini e degli Eroi.
Con imperitura stima,
Salvo 

venerdì 13 maggio 2016

QUANDO IL TEMPO ERA... UN'OMBRA: viaggio nel tempo del Tempo.



 Questa bellissima meridiana o orologio solare della fine dell'800 campeggia accanto all'ingresso principale del Cimitero Monumentale di Palazzolo Acreide. Molto evocativa la frase che vi fu apposta dal suo creatore, l'Ingegnere Gaetano Angelotti.
In seguito vi nannerò delle vicende e dei costi di questo manufatto e delle fiere lotte che ne seguirono.



Che ora è?
Domanda semplice seguita da un gesto altrettanto semplice: una sollevata di polsino, un'occhiata all'orologio e si risponde. Oppure si alzano gli occhi al cielo e si guarda l'orologio della torre, o infine si tira fuori una cipolla dal gilet e si osservano due grandi lancette che si inseguono con esasperante lentezza.
Nell'epoca di internet, ormai si tira fuori lo smartphone dalla tasca dei jeans e appare un coloratissimo schermo dove campeggiano le più strane forme di orologio.
Da decine di secoli l'uomo ha cercato di dare una forma comune al tempo. Una forma che fosse intellegibile per tutti quanti. Lo ha personificato in figure mitologiche, belle o crudeli(le Parche) o da mostri che divorano i figli( Kronos) o immagini dolci di farfalle o foglie gialle, a ricordo del tempo che passa inesorabile e non aspetta nessuno.
Stuoli di scienziati, filosofi, religiosi, teologi, matematici, hanno, da sempre cercato di calcolare il trascorrere del tempo, facendo riferimento al sole che girava intorno alla Terra ( Tolomeo) o di questa intorno alla sua stella (Copernico prima e Galileo dopo).
Resistenze preconcette, resistenze "scientifiche", tribunali e roghi hanno purtroppo ritardato l'evolversi della scienza. Il Tempo, però, è trascorso inesorabile, anche su di loro, seppellendoli sotto metri di oblio e disdoro.
Le ombre del sole su pietre, lo scorrere della sabbia dentro ampolle di vetro, lo scorrere della luna nel cielo, il mutare del colore delle foglie, gli atteggiamenti di taluni animali,  hanno dato indicazioni utili sul tempo, giorni, mesi, stagioni, anni.
La precisione era approssimativa come lo era l'inizio del giorno: dalla mezzanotte in poi per talune culture e civiltà, dal tramonto per altre, dal sorgere del sole per altre ancora, dal moto della luna... insomma, ogni popolo aveva il suo orologio e all'interno della stessa popolazione variava il conto delle ore.
Ci si metteva poi, in Italia, anche la Chiesa Cattolica, con i suoi "orari" a complicare ancora di più le cose. E gli stessi orari variavano al variare delle stagioni: il sole più alto in estate o più basso in inverno. I tramonti che si allungavano, gli equinozi che variavano. Insomma il calcolo del Tempo è sempre stato un grande rebus per l'Umanità.
Le meridiane, le campane e gli orologi, scandivano lo scorrere del tempo, specialmente per le comunità rurali. Quelle comunità, cioè, che vivendo isolate dal contesto urbano, avevano necessità di conoscere l'ora, non dico esatta, ma approssimativa, per assolvere ai propri uffici.
Gli orologi delle torri o delle chiese erano in pochi a saperli leggere. L'analfabetismo era a livelli enormi. Solo uno su venti o trenta era in grado di farlo. Così pure per le meridiane.
Erano invece le campane, che scandivano, con suoni modulati e diversi, lo scorrere del tempo.
Avevano una gittata sonora molto ampia. Il suono, spesso portato dal vento o dalle eco delle valli, riusciva a evocare sentimenti collettivi perché ricordavano le ore della preghiera o momenti lieti o tristi della comunità, quando non erano addirittura il segno di eventi comuni di grande allerta.
Il tempo civile era dunque connesso intimamente a quello religioso ed era un riferimento per orientarsi nella durata del giorno. Addirittura veniva sottolineato il ritmo sonno veglia con il giungere del suono e del "motivo" della campana.
Le campane, però non indicavano i minuti o peggio i secondi. Non invitavano a far presto e di corsa, ma premiavano la levata del mattino e l'andare a letto della sera, la regolarità dei pasti e la distinzione tra le giornate di festa e quelle di lavoro. Le campane insomma ritmavano l'economia e la vita sociale, in dipendenza degli eventi astronomici e delle stagioni.
Ma veniamo a descrivere i sistemi orari, partendo dai più antichi: le meridiane.


Occorre premettere che negli ultimi cinquanta o sessant'anni molti di questi strumenti sono andati perduti per l'incuria dei proprietari delle facciate di case o chiese su cui erano apposti. Il colori si sono perduti( quei bei "cocciopesti o azulati"), la pietra è stata cariata dal tempo, i restauri mai effettuati o peggio fatti da maestranze ignoranti e così delle vere opera d'arte sono andate irrimediabilmente perdute.
Le ore, nel periodo che va dall'antichità a oggi, erano basate sul "tempo vero" scandito dal movimento apparente del sole, movimento percepito dal luogo di osservazione. Come si può intuire dalla foto a fianco

 Fino all'invenzione dell'orologio meccanico, era il Sole o meglio l'ombra proiettata da esso, il punto di riferimento più diffuso. I movimenti di queste ombre sulla Terra, che è una sfera, fungevano così da calendario e orario, condiviso nel luogo di misurazione ma differente da altri posti in latitudini e longitudine(quest'ultimo concetto sconosciuto addirittura fino al 1500, o comunque difficilissimo da calcolare) diversi.
Questo sistema di misurazione, veniva definito TEMPO VERO.
La sua caratteristica era di avere ore uguali e ore diseguali.
Se dividiamo in dodicesimi solo le ore di luce, senza la notte, avremo unità diseguali nel corso dell'intero anno. Ciò perché l'arco diurno percorso dal sole ha un'ampiezza differente nel corso delle stagioni e di conseguenza, la durata delle ore di luce sarà diversa e avremo dodicesimi di durata disuguale.
Questo sistema di divisione in dodicesimi, sia in inverno coi suoi giorni brevissimi, che d'estate con le interminabili ore di luce, è il sistema di misurazione più antico.
Adottarono questo sistema dapprima i greci, poi i romani. Erano definite ore temporarie,o temporali, o stagionali o giudaiche o in maniera più semplice: ore disuguali.
Si usarono fino al XV secolo circa ed erano raggruppate secondo gli usi delle prime comunità cristiane in ora prima, terza sesta e nona.
Quando poi la Chiesa Cattolica vi aggiunse ufficialmente i motivi propri della liturgia: lodi, mattutino, vespri, compieta, furono chiamate ore canoniche.
Queste sono ancora adoperate per quello che si chiama Ufficio divino, per alcune funzioni particolari della Chiesa.

Se anziché in dodici parti, come abbiamo visto prima, dividiamo un giorno intero, formato da luce e notte, in ventiquattro parti, avremo ore uguali per tutti i 365 giorni dell'anno.
Avremo così le ore moderne, o civili, o all'europea, se la conta inizia alla mezzanotte.
Le ore all'italiana o ab occasu, se la conta inizia esattamente al tramonto o subito dopo di esso.
Le ore moderne convissero con quelle all'italiana fino alla seconda metà del secolo XIX soppiantate poi entrambe dall'ora standard.
In alcuni palazzi, come quello della foto di Palazzo Cavaretta di Trapani, possono vedersi due orologi che segnano le ore moderne e quelle all'italiana. A volte caratterizzati da cifre romane o arabe per distinguerli.

Continua...

Parte del materiale di questo articolo è stato attinto al bel libro del mio amico e studioso Giovanni Bellina, che ringrazio.




lunedì 9 maggio 2016

PILLOLE... VAGANTI: "Se l'abito non fa il monaco... la Laurea non fa..."



 Cari amici che mi seguite,

ho visto che vi siete stancati di leggere storie di personaggi illustri, colpiti da malattie.

Vi propongo perciò, oggi, delle considerazioni di un professionista, anzi di più professionisti, che hanno dedicato la loro intera esistenza alla Medicina, come ARTE, Missione, regola di vita, Professione.

Quella del medico, si è sempre detto, "è una missione". Ma è sempre stato così? E tutti gli "allievi di Ippocrate" hanno tenuto sempre fede al loro giuramento, o taluni, pochi o molti l'hanno tradito in nome di un altro dio? Il denaro, la fama, il potere?

Non è loro bastato il potere di vita o di morte che ha loro conferito l'indossare un camice bianco davanti a un pezzo di pergamena che parlava di un Rettore Magnifico e di una Università degli studi di... Vattelappesca?

Leggendo questi pesnieri e considerazioni approfondirete il sottile legame che passa tra un buon medico e un fanfarone!

BUONA LETTURA 

 
"Una Pillola vagante": Se non è l’abito che fa il monaco...

 


Nemmeno la laurea fa il medico. Non basta quel “pezzo di carta” per fare un serio professionista; occorrono altre doti, altre qualità, altri valori.
A questo proposito, mi piace riportarvi uno stralcio, sia pur lungo, della conferenza tenutasi a Cagliari il 16/6/1972(sembra che siano passati secoli, eppure era l’altro ieri) in occasione della Festa del neolaureato. Il discorso fu tenuto dal Prof. Sebastiani, Direttore dell’Istituto di Patologia Chirurgica di quell’Ateneo: “Chi è mai questo neolaureato?E’ una figura che sfugge, che a stento si riesce a fissare ed inquadrare. Più facile è parlare allo studente. Gli studenti, pur diversi per volto, preparazione e cultura sono una sola cosa. Hanno tutti gli stessi problemi. Di neo-laureati, invece, ne esistono tanti quanti essi sono e ciascuno ha un suo particolare problema, ciascuno percorre la sua via, ciascuno punta deciso alla sua mèta, ignorando perfino il collega o il compagno che fino a ieri gli sedeva accanto sui banchi dell’Università. La Scuola unisce, la Vita separa… La cosiddetta crisi della laurea è fondamentalmente una crisi di coscienza. Crisi e assestamento, tanto più forte quanto più si è preparati. E nel passaggio dalla teoria alla pratica,cioè fra meditazione astratta sui testi e la ricerca dei sintomi  nella realtà clinica, esiste un divario così grande che è facile smarrirsi o intimorirsi. C’è chi subito si getta nell’agone professionale,c’è chi imbocca la strada della specialistica, chi preferisce ingrandire il proprio bagaglio culturale, chi si rifugia nel «mare magnum» della medicina mutualistica e chi infine non sa quale indirizzo seguire… Io penso che in due tappe della malattia, al suo esordio e alla sua conclusione ultima e irreversibile, voi potrete realizzare quel bagaglio culturale che la preparazione umanistica prima e universitaria poi, vi hanno fornito in tanti anni di studi e di attesa… Ricordatevi che nell’attività del vostro quotidiano ambulatorio(direi, anche Ospedale, n.d.A.)c’è ancora il meglio della nostra professione. È lì che il malato viene a cercarvi, per la cura di un banale raffreddore o per un consiglio molto più grave e impegnativo; è lì che tante volte, senza che neppure ve ne accorgiate, voi siete davvero i piloti dei destini della vita altrui. Io ho sempre pensato che non vi sia attività più impegnativa di questa, più ricca di difficoltà e di responsabilità… Rifuggite sempre dalle diagnosi facili, di comodo o di attesa. Ricordatevi che il malato non vi perdonerà mai, di averlo trastullato in terapie imprecise e sintomatiche, facendogli perdere un tempo prezioso, forse l’ultimo autobus utile che passava per potersi salvare… la mutilazione subìta non gli consentirà di perdonare.”


Perché un così lungo estratto di un discorso? Perché parto da così lontano? Perché così lontane nel tempo e nello spazio paiono a me queste parole, semplici, ma simili al Verbo sulla pietra del Sinai. Perché con queste amo ricordare il monito che mi diedero mio padre e mia madre appena anche io raggiunsi l’agognato pezzo di carta: Ricordati che sei un Medico!” E in questo sostantivo volevano racchiudere anche i significati di Onestà, Lealtà, Umiltà.
Oggi, quando quella del Medico non viene più considerata un'arte, ma un lavoro qualunque,col significato più spregiativo che vi si possa dare; oggi, quando dal Medico, specie dal Rianimatore quale io sono, si pretende anche il Viatico per l’immortalità, ancora di più mi tornano alla mente le parole dei miei genitori e mi accorgo di quale svilimento abbia subito la nostra nobilissima professione e per questo termino con le parole di Frank Funck-Brentano: Nocchiero è colui che tiene la barra, e la tiene sempre; anche quando non sa se l’umido che bagna le sue gote viene dal mare o dalle sue lacrime”.
Diceva l’adagio latino: «Medice,cura te ipsum. Medico, cura te stesso». E mai ammonimento fu più calzante al nostro lento declino umano più che professionale. La conflittualità dirompente, l’astenia che ci ha contagiato, hanno radici lontane nel tempo; nel momento in cui globalizzazione e profitto hanno conquistato i cuori di molti colleghi, distraendoli dalla loro missione,  in favore di una americanissima  ma vuota “Mission”.
Sono ancora in tanti, per fortuna i più, quelli sani, quelli che sanno vedere la Luna oltre il dito, quelli che sanno reggere la barra, e restano nocchieri fino alla fine e talvolta insieme alla nave che affonda.
Salvo Figura
 
BENVENUTO
....a te lettore che passi, ricorda che le parole resteranno e ti sopravviveranno, perciò pesale.