mercoledì 24 novembre 2010

Limes

Io e mio moglie, insieme ai nostri cani Willy e SnackBrain, viviamo in un bel villino nella zona residenziale. Si tratta di una casa che venne costruita nel 1960 con mura solide, stanze ariose, un ampio giardino limitato da immense magnolie, che rimangono sempre verdi e umbratili per tutto il corso dell'anno. Umbratili perché sotto di esse devono custodire il celeste brillante delle ortensie, che mia moglie cura personalmente come figlie; che concima in estate e innaffia copiosamente. Si sa: le ortensie, questi fiori regali e gonfi come esplosioni di colore hanno bisogno di molta acqua e di molta ombra e di sole quanto basta alle foglie per non avvizzire.

A nord, ma solo d'estate, dove batte il sole, abbiamo piantato una bell'orticello. Il giusto per noi: delle zucchine, qualche pomodoro rosso e un poco di insalata. Per dire, quando mangiamo, che stiamo mangiando qualcosa che abbiamo accudito con le nostre stesse mani, con amore ed attenzione e per costatare che in tal modo queste verdure hanno tutto un altro sapore; tutto un altro gusto.

I nostri cani, Willy e SnackBrain, sanno perfettamente che l'orticello non si può né calpestare né usare come una toilette. Sanno benissimo che la pipì e il resto si devono fare al centro del prato, dove l'erba è più bassa, sotto il nocciolo.

E quindi noi viviamo in questo ameno villino, in un quartiere di villini ameni, tutti circondati da ordinati limiti di Magnolie. Quando le giornate sono più calde, specialmente alla sera, ci piace mangiare in veranda con le vetrate aperte. Ceniamo sotto un manto di stelle. Ho insegnato a mia moglie dove si trova il Carro Maggiore e il Carro Minore. Ho fatto una grande figura ed è sembrata una cosa molto romantica.

I nostri vicini anche loro cenano sovente fuori, nelle verande aperte. Quando il vento è propizio, cioè quando soffia quella brezza beata che arriva direttamente dal mare, si colgono nell'aria tutti gli odori della campagna che sta più a valle. Il rosmarino, il basilico, la menta romana che cresce nelle campagne.

Ma stasera no. Stasera c'è qualcosa che stona. Non ce lo diciamo né io né lei (poiché abbiamo fin troppo rispetto l'uno dell'altra) ma innegabilmente c'è qualcosa che non torna. Si tratta di un fastidio, di una impressione negativa, di una sensazione. Ad essere del tutto, ma proprio del tutto sincero, si tratta di un cattivo odore, che dico: di una puzza.

Dapprima fingiamo di non accorgerci. Continuiamo a mangiare come se niente fosse, pregustando il sapore “giusto” delle nostre zucchine, dei nostri pomodori, della nostra lattuga. Ma non c'è niente da fare: è come quando nel bel mezzo di una sinfonia di Mozart, che conosciamo a menadito, si inserisce uno strumento stonato, un violino fesso che deturpa sottilmente come una malattia strisciante, un avvelenamento subdolo tutto l'insieme. Il nostro udito tenta di accomodare la melodia conosciuta secondo quello che dovrebbe essere l'andamento armonico e tuttavia qualcosa stona, qualcosa gracchia.

Si tratta di un odore che arriva a folate, ora più ora meno evidente. E' come quando bruciamo una busta di plastica di quelle dei supermercati, ma più acidulo e per questo più fastidioso.

Cara: hai forse bruciato dei manici di pentola?” mi pento terribilmente di fare questa domanda ma la devo fare, perché ora sento chiaro e netto che si tratta di plastica bruciata.

Nessun manico di pentola caro! D'altra parte non ho cucinato niente per cui mi occorressero delle pentole!”
E' vero: che stupido! Stiamo mangiando dell'insalata e del prosciutto! Non le sono occorse delle pentole!

Ma poi l'odore nauseabondo sale. Pare che avanzi portato dall'aria che passa attraverso le foglie roride della magnolia. E insieme al suo aumentare aumenta anche il disgusto.
“Tu permetti cara?” mi alzo e guardo fuori dalle grandi vetrate. Tutto come ogni sera: i lampioncini rimandano una luce rassicurante, la strada appena fuori del nostro giardino è silenziosa. Cantano i grilli.

Guardo allora verso le colline. Poi verso il mare. Non bruciano fuochi, non si vede alcun fumo. Ma il puzzo sale. Ad ogni folata si fa più insidioso, insistente, insopportabile.

Caro. Ti prego, rientriamo!”

E' una richiesta di estremo buon senso. Questo puzzo nauseante ci ha fatto perdere del tutto il gusto per il cibo che stavamo orgogliosamente mangiando. Cose nostre, curate dalle nostre stesse mani, concimate con sostanza biologica.

Frettolosamente disfiamo la tavola. La veranda torna ad essere l'ambiente elegante e confortevole di sempre: la sedia a dondolo, le piante di potos, il mobile con i cocci etnici. Tutto molto di classe. Ma siamo costretti a chiudere le grandi vetrate che danno sulla volta celeste perché la puzza oramai ammorba, vince, intontisce.

Dentro le mura domestiche ecco che un po' ci solleviamo. Il puzzo non è entrato. Anzi, ci sbrighiamo a chiudere, a serrare ogni finestra, ogni porta, ogni apertura che potrebbe permettere all'afrore selvaggio di entrare in casa.

Prendo il telefono. Compongo il numero del vicino, il Dottor Ciresca.
Passa qualche secondo. Una voce dice pronto.

Buonasera signora Ciresca, sono Manubri... si... tutto bene... immagino anche voi... si si... eh beh... belle serate. D'altra parte come non passare queste serate all'aperto... con questo cielo... questa aria... perché voi siete fuori? ah... siete fuori? No... noi abbiamo preferito stasera rientrare. Si: abbiamo preferito rientrare sa... un po' di stanchezza, un po'... comunque no: io avevo chiamato per sapere se è confermata la riunione di consorzio per il ventidue... bene: ci vediamo allora il ventidue. Omaggi! Saluti il dottore. Buonasera... buonasera...”

Mia moglie mi guarda straniata. Ha indosso una coperta di pail come se provasse un freddo improvviso.
“Sono fuori. I Ciresca stanno in giardino!”
Allora scendo le scale del salone e apro l'uscio di casa. Un odore inspiegabile mi investe come un insulto. Tutte intorno le magnolie circondano il giardino. Il cancello è serrato. La strada che attraversa il consorzio perfettamente deserta e cantano, cantano i grilli.


1 commento:

salvo ha detto...

Fantastico Sandro. Ti sapevo ottimo poeta e ti ritrovo grande scrittore. Che bella descrizione senza nemmeno un aggettivo di troppo. Tutto ordinato, pulito, come la veranda e il giardino.
Grazie. Continui ad infiorare le pagine del mio BLOG come gradisco.

BENVENUTO
....a te lettore che passi, ricorda che le parole resteranno e ti sopravviveranno, perciò pesale.