domenica 19 dicembre 2010

Quattro piani di vita: 2a parte. Racconto di Davide Cataldi

Eccomi al secondo piano, suono il campanello e sento una voce lontana che urla: "Vieni, vieni, entra, entra... La porta è aperta!".
Entro e seguo la voce che mi porta in un lungo corridoio, giro a sinistra e, in una stanza azzurra, mi trovo di fronte un ragazzo steso sul letto che, guardandomi, dice: "E tu chi sei? Ti hanno mandato loro?"
"Loro chi? Io sono Giuseppe, il nuovo Amministratore e sono qui per la riscossione". E' un ragazzo biondo, occhi azzurri, venticinque anni circa. Se fosse meno trasandato, sarebbe più evidente la sua bellezza .
Mi guarda e mi dice:"OK OK... l'amministratore... i soldi sono lì, sul comodino". Mi avvicino per recuperare i soldi. Il ragazzo, sollevandosi a metà busto dal letto, mi afferra il polso e mi chiede  con aria sospetta:
"Dimmi la verità, ti hanno mandato loro, vero?"
"Ma loro chi? Chi? Stai bene?" rispondo spazientito.
"Se sto bene? Certo che sto bene, sto benissimo! Puoi riferirlo, anzi devi riferirlo, riferisci che sto benissimo! "
"Ma si può sapere..." non riesco a completare la frase, che  il giovane sbotta:
"Benissimo sì, sì, sto da schifo! Si vede? Passami quella bottiglietta che è lì, accanto ai soldi" indicandola. Prendo la bottiglietta e riconosco essere uno sciroppo per la tosse che assumono i bambini.
"Sei malato?" domando mentre gli passo il medicinale.
"Sì. No. So solo che, se loro sanno che io sono malato, può essere che ritorna tutto come prima" mi risponde. Ormai, troppo incuriosito e desideroso di dare un’identità a “loro”,  azzardo:
"Se vuoi,  posso aiutarti e parlare con loro per informarli della tua malattia". Lui mi guarda e scuotendo la testa, mi risponde: "No, no, no. Non deve essere un estraneo a far tornare insieme mio padre e mia madre. No!"
Ora mi è tutto chiaro, "loro" sono i suoi genitori. Avrei dovuto capirlo subito... quello sciroppo pediatrico è una richiesta di contatto affettivo, di vicinanza, di quella protezione che sente di aver perso.
"I tuoi genitori?" gli domando.
"Si, loro. Mio padre e mia madre si sono separati" annuncia lui.
"Da poco tempo?" chiedo.
"Sì e la cosa mi ha reso molto felice come si può notare" mi risponde ironicamente.
"Quando hai visto i tuoi genitori l'ultima volta?" azzardo io.
"Io non ho né madre né padre" incalza.
"Anche se sono un estraneo vorrei aiutarti, ma non posso farlo se non mi dici la verità. Il divorzio dei tuoi genitori è il motivo per cui continui a prender quel medicinale?" chiedo io.
"Sì" tira un sospiro di sollievo, mi guarda e continua "Quando ero piccolo, ogni volta che stavo male, i miei genitori mi davano quella medicina, si sdraiavano con me sul letto e insieme guardavamo per ore la Tv, giocavamo, mi coccolavano, mi sentivo protetto e amato. Eravamo una famiglia. Ora evito persino di andare a pranzo a casa di amici, perché soffro nel vedere la famiglia riunita a tavola, quella che non ho più io, quella che si è distrutta sotto i miei occhi. Se potessi tornare indietro, credimi, sarei un figlio migliore, non racconterei più quelle bugie che spesso li hanno fatti soffrire e anche litigare, studierei con serietà, chiederei scusa per tutti i baci che si meritavano e che non ho mai dato loro. Farei tutto il possibile per tenere unita la mia famiglia. Sono consapevole del fatto che molte coppie divorziano, ma non loro, non i miei genitori, non riesco a crederci che questo stia capitando a me. NO!" scoppia in un pianto straziante.
"Non so cosa tu stai provando, posso solo immaginare quanto può essere difficile e doloroso viver una situazione del genere. Io penso che se anche fossi stato un figlio modello, i tuoi genitori sarebbero arrivati comunque a questa decisione. Non sentirti colpevole, non sei tu la causa della loro separazione. Se i tuoi genitori sono stati amorevoli con te, continueranno ad esserlo. Hanno smesso di essere marito e moglie, ma tu sarai sempre il loro figlio! Spesso noi figli ci comportiamo da viziati, da egoisti, ma vedi, nonostante tutto, loro sono sempre lì, per noi. Loro sono quelli a cui basta uno sguardo per capire se c'è qualcosa che non va. Loro sono quelli che al supermercato vanno alla ricerca della tua marca preferita di Gel. Loro sono quelli che ti sanno ascoltare e consigliare, perché sono gli unici che tengono al tuo bene e ti amano incondizionatamente. Loro sono quelli che saranno sempre lì con te. Chiamali, sono sicuro che a loro farebbe piacere" concludo io.
"Non posso farcela..." afferma lui.
"E' una telefonata... solo una telefonata. Io ora vado via. Ciao e in bocca al lupo".
Abbandono quella casa, non saprò mai se quel ragazzo ha telefonato ai suoi genitori, ma lo spero.
Mentre salgo al terzo piano, penso al quel dannato sentimento che mi accomuna a lui, chiamato ORGOGLIO. Quel sentimento che blocca le emozioni, i sentimenti, le parole. Ripenso a quel ragazzo biondo. Anche io voglio chiedere scusa ai miei genitori delle aspettative che ho deluso, del mio modo arrogante di rispondere, della mia scarsa partecipazione nella vita familiare, di comportarmi spesso da ragazzo viziato. Voglio ringraziarli, invece, di avermi insegnato la buona educazione, di essere sempre presenti nella mia vita anche quando mi “mollano” perché devo imparare ad affrontare da solo le difficoltà per poterle poi superare, di avermi fatto capire cosa è giusto e cosa lo è meno. Voglio ringraziarli di tante, tante, tante cose... lo farò oggi!
Eccomi arrivato al terzo piano, suono il campanello.
Viene  a rispondere una signora, dall'aspetto molto dolce, mi apre la porta con un timido: "Salve, è l'amministratore nuovo?"
Quasi sorpreso, sorrido e dico: "Si, signora. Lo ammetto, sono io".
Lei ricambia il sorriso e mi dice: "Vuole un po’ di caffè?". Ora, l'imbarazzo, dal suo viso si è trasferito sul mio viso, non voglio offendere quella signora così tanto gentile e quindi decido di accettare l'invito. La casa della signora è molto accogliente, sobria, pulita. Si respira protezione e amore. Arrivati in cucina, la signora mi versa il caffè in una bella tazzina fiorata: "Attento, é bollente, attento! " esclama la signora, maternamente premurosa.
"Grazie signora per questo buon caffè... è stata molto gentile" affermo sincero. Il caffè è ottimo, deve essere quello napoletano.
"Tranquillo, sono abituata a prendermi cura degli altri" mi risponde la signora.
 Resto compiaciuto dalla sua gentilezza e, quasi incuriosito, provo a chiederle:
"Devo confessarle che è un condominio particolare questo, mi sono capitate delle situazioni difficili agli altri piani...". Interrompendomi, la signora mi dice: "ed ora vorreste sapere qual è la mia situazione difficile, vero?" Mi coglie di sorpresa, mi lascia senza parole, davvero me lo stavo chiedendo e lei mi ha anticipato: "Su, avanti..me lo chieda!"
Faccio una smorfia d'imbarazzo: ”Signora, mi chiamo Giuseppe, sono solo un Amministratore. Un ruolo già difficile di suo, ma oggi lo è molto di più, mi creda. Non voglio essere invadente, quindi non chiederò nulla".
Lei mi guarda, uno sguardo misto di stupore e d’interesse. "Se dicessi che prima ero una suora con la fede?" .
Io la guardo e rispondo cautamente, senza essere troppo precipitoso: "Le chiederei che fine ha fatto quella suora con la sua fede?" .
La signora sembra apprezzare la domanda e  risponde: "Ho cominciato a mettere in discussione l'esistenza di Dio, per una suora diciamo che non è il massimo".
Quasi mortificato per quella domanda, replico: "Mi dispiace...".
La donna mi guarda serenamente e mi dice: "Non fa niente. E mi dica un po’, com'è la sua fede?"
"La mia fede è opportunista. Appartengo a quella tipologia di persone che si rivolgono a Dio quando sono disperate" ammetto il mio limite.
"Capisco. La mia fede è stata messa a dura prova da un incidente provocato da me ai danni di un povero ragazzo che ora lotta tra la vita e la morte. In un momento di distrazione alla guida, ho investito un ragazzo con la macchina mesi fa. Ho rovinato la vita di un povero ragazzo che si recava al lavoro". Io non riesco a credere a quanto sentito da quella signora gentile e buona, non riesco a trovare le parole giuste per continuare la conversazione senza apparire banale.
"E il ragazzo, sa come sta? Da quanto tempo è in coma?" chiedo.
"Tanto tempo, troppo tempo. Vado a trovarlo ogni giorno e provo a comunicare con lui" mi risponde con gli occhi gonfi di lacrime.
"E come fa, signora, a comunicare con uno che non la può ascoltare?" incuriosito domando.
"Gli parlo di lui, della sua fidanzata, dei suoi genitori, dei suoi idoli, gli faccio ascoltare la sua musica preferita, insomma sto cercando di aiutarlo a ritrovarsi. Voglio che quando si sveglierà, trovi attorno a sé un ambiente familiare".
"E funziona, tutto ciò?" chiedo.
"Non ancora" mi risponde mortificata.
"Ma Lei prega?" incalzo.
"No... non riesco!" mi risponde in maniera decisa.
"Posso farle un’altra domanda?" azzardo io. La signora mi guarda con aria perplessa e annuisce.
"Cosa vuole davvero da quel ragazzo?"
"Cosa voglio? Cosa voglio? Io voglio che quel ragazzo si svegli, voglio chiedergli scusa... voglio chiedergli scusa. Non passa giorno che io non prenda il pullman per andare da lui e dentro di me spero che, una volta varcata la porta della sua stanza, possa trovarlo desto, cosciente e sorridente. Ogni mattina mi sveglio e spero che tutto questo sia un maledetto incubo. Non voglio più sentirmi accusata, non voglio sentirmi colpevole, non voglio più sentirmi sola" continua a piangere sempre più forte.
"Lei è la risposta alla domanda che mi ha fatto prima sulla fede. Lei è la risposta. Mi chiedevo dove fosse Dio, e poi eccola qui. Lei ogni giorno viene a trovare quel ragazzo, ogni giorno con tanto amore. Lei ha un dono. Noi tutti cerchiamo Dio solo quando ci fa comodo, quando siamo in crisi. Lei, invece, si è privata di Lui per donarlo a chi ne ha più bisogno. Non parole, ma opere! Il suo dono è proprio quella fede che crede di aver perso, quella fede che trattiene sulla Terra il ragazzo che, se tornerà a vivere, sarà grazie all’amore di Dio di cui ogni giorno Lei lo nutre. Non è sola, Lei è fondamentale per tutti noi. LE VOGLIO BENE" esclamo in lacrime.
Corre verso di me,  mi abbraccia e mi dice: "Scusami.."

Arrivo al quarto e ultimo piano.
La porta è aperta. Mi sento a casa. So dove andare.  Dall’ultima stanza a sinistra del corridoio arrivano voci e singulti. Entro quasi in punta di piedi. C’è un letto. Attorno al letto i miei amici di sempre Rino e Attilio, la mia Nives, i miei genitori, mio fratello, la ragazza del primo piano, il giovane biondo del secondo piano e la suora del terzo piano. Sono tutti lì e non capisco subito il perché. Accanto ai miei genitori un giornale aperto sulla pagina della cronaca locale: BARI, IN COMA IL RAGAZZO INVESTITO DA UNA SUORA  MENTRE ANDAVA A COMPRARE IL GIORNALE.
Mi dispiace ragazzi, non saprò mai se mi sveglierò da questo coma. Non saprò mai se ascolterò una nuova canzone del mio cantante preferito o se tornerò a bere una Caipiroska. Non so ancora se questo è il capolinea o l'inizio di una nuova vita. Mi dispiace non poter più ridere e scherzare con i miei amici. Io so che Nives sarà capace di far innamorare un altro ragazzo come ha fatto con me, sarà una moglie dolce e perfetta. Mi dispiace amore, ti ho amato, ti amo e ti amerò sempre più di quanto saprai mai. Mi dispiace di non aver detto a mia madre e a mio padre quanto sono stato fortunato ad avere dei genitori come loro, avrei voluto abbracciarli, avrei voluto un ultimo parere schietto di mia madre su una qualsiasi cosa, avrei voluto assaggiare un’ ultima buona ricetta preparata da mio padre. A mio fratello e a tutti voi il mio messaggio é: siate liberi di vivere la vostra vita. Siate voi stessi con i vostri pregi e i vostri difetti. Non siate vittime del vostro orgoglio, della vostra gelosia, del vostro rimorso, del vostro rimpianto. Siate sereni o provate ad esserlo. Siate affamati di emozioni. Confrontatevi con gente di diversa cultura, di diversi modi di pensiero. Non  permettete a nessuno di rubare i vostri sogni. Coltivate le vostre ambizioni e i vostri hobby. Abbiate voglia di sbagliare e di imparare. Amate e illudetevi.
Questo è il messaggio di un giovane Amministratore di Condomìni di un “paesone”  poco civile, dove anche una suora può diventare un’omicida. 

2 commenti:

salvo ha detto...

Bravo Davide. Ottimo racconto. Scorrevole, lucido. Si vede che non sei un novello.Continua a scrivere e scriverci. Ti manderò l'invitom ufficiale che è un lasciapassare per tutte le volte che avrai voglia di scrivere.
Salvo

Cecco ha detto...

Ma complimenti per davvero!
Chi ha questa fantasia non può non cimentarsi in una delle nostre antologie di racconti fantastici.

BENVENUTO
....a te lettore che passi, ricorda che le parole resteranno e ti sopravviveranno, perciò pesale.