martedì 4 gennaio 2011

23 marzo 1944


All’alba ci conducono fuori. Qualcuno di noi lo gettano in terra, lo calpestano, gli sferrano colpi in testa con i tacchi. Ridono e hanno i volti arrossati dal freddo e dal bere. Sono stati svegli tutta la notte ad ubriacarsi per trovare il coraggio di farlo, quello che stanno per fare.
Passiamo attraverso un budello scuro, illuminato in alto da una sola lampadina gialla, che allarga intorno una luce fiacca e quasi solida. Devo memorizzare bene le crepe di questi gradini: forse saranno le ultime crepe degli ultimi gradini che vedo. Devo memorizzare bene le fessure e i disegni sui muri. Forse sono le ultime fessure, gli ultimi disegni. Mi viene da pensare che sono stati fatti, quegli sgorbi al muro, con una penna. Una penna è una cosa così comune, così innocua. Ma se quella stessa penna la infili in un occhio, è sempre lo stesso oggetto di prima? Se la fai ingoiare intera ad un povero disgraziato, è sempre una penna?E’ tutto cambiato, qui dentro. Questo casolare nella campagna romana non è più un casolare. E’ una galera schifosa e puzzolente. Qui in passato sono nati dei bambini, degli uomini e delle donne ci hanno fatto l’amore. Ci sono state vite e morti e forse anche feste, sotto Natale.
Forse là, su quella soglia gialla che non guarda su nessuno scorcio sono cresciute delle piante di geranio, delle margherite.
E forse qui fuori, giusto fuori dal perimetro di queste mura di tufo sbrecciato si sono udite voci di bambini, voci di bambini giocosi.
Finite le scale cadiamo in una specie di stanzone bianco. O meglio, bianca è la luce che proviene da fuori, attraverso una finestra intrisa di condensa. Vorrei essere vicino a quella finestra, per scansare la condensa e guardare fuori, l’ultima volta che posso, forse, guardare fuori. Vicino a me cadono in ginocchio, bocconi, altri uomini, alcuni ragazzi, tutti con la bocca aperta, sporchi da giorni, i polsi legati alla schiena con un filo di ferro. Tengono lo sguardo basso e sudano. Vedo i loro capelli con le ciocche fradice di sudore. Eppure non hanno caldo: il loro è il sudore della paura. Non osano alzare lo sguardo per timore che i loro occhi possano cadere sulla verità meschina di questa giornata, forse l’ultima giornata.
Non distinguo gli uni dagli altri: siamo ombre sporche che emanano il fetore della paura. Qualcuno piange, qualcuno cerca risposte, ma trova solo un grugnito e un colpo con il calcio del fucile. Restiamo a terra per interi minuti, prostrati. Eppure ci augureremmo che quell’attesa durasse per l’eterno. Che non ci costringano ad alzarci da li, che possa avvenire un qualsiasi miracolo, che noi si possa morire in fretta. Tutto: pur di non provare il dolore.
Poi sbattono le porte: rumore di stivali. Un ufficiale entra e ci guarda, come un macellaio guarderebbe dei maiali prima della conta finale, prima del cappio.
Si tratta di un uomo sulla trentina, biondo e ben tenuto, con le fibbie e la pelle della cintura che addirittura luccicano. Indossa un cappello teso e nuovo. Consulta un foglio. Lancia uno sguardo odioso ad un soldato seduto su una panca. Questo si rassetta e si mette sugli attenti, immobile.
“Chi ora io chiamerò, andrà sulla parete di destra. Chi non chiamerò, stia fermo!”
Un ragazzo accanto a me inizia a tremare. Piange ma non si fa sentire. Vedo solo le spalle che saltellano, attraversate dai brividi.
E’ un ragazzone dei paesi qui intorno: si vedono le mani grosse e nere di terra, le unghie scure e forti.
Come può essere che siamo tutti grigi? Come può darsi che nessuno di noi indossi una maglia colorata, che si sia tutti così irrimediabilmente sciatti? Non abbiamo un briciolo di orgoglio?

“Agnini Ferdinando!”
Agnini Ferdinando è un uomo con i baffi, magro. Si alza e guardandosi mille volte intorno si dirige verso la parete che gli è stata indicata. Indossa i pantaloni che gli arrivano alle caviglie; gli scarponi spuntati. Ha la faccia simpatica per via dei baffi bianchi che gliel’attraversano.
Fa tutto con estrema cautela: tiene il capello tra le mani, tenuto per la falda.
Poi il rumore di passi smette. Sale un silenzio allucinato. Pare di sentire nei petti il cuore battere.

“Ayroldi Antonio!”
Ayroldi Antonio, a dispetto del cognome e del nome è un uomo che avrà quarant'anni. Non si alza subito, perché il cervello non sa dirgli se sia meglio alzarsi o rimanere dove sta. Rimane un po’ alzato e un po’ piegato.
“Ayroldi! Antonio!” esclama l’ufficiale scandendo sia il nome che il cognome.
Un soldato si stacca dal muro e compare come un rapace in cielo, facendo ombra sul pavimento. A larghi passi si dirige verso Ayroldi Antonio, lo afferra per il collo della camiciola e lo porta verso il muro, accanto ad Agnini.
I due si guardano, poi ricominciano a guardare noi. Ayroldi abbassa di nuovo lo sguardo e non sa dove mettere le mani, come se il sapere dove metterle potesse mutare, anche solo di un frammento, il suo destino.
Agnini invece guarda intorno come se vedesse per la prima volta. Pare che con i suoi occhi sgranati cerchi la pietà, ma non la vede da nessuna parte. Un manipolo di uomini tiene in pugno il suo e il nostro destino. E’ tutto.
Ora sta al loro capriccio. Esclusivamente al loro capriccio farci vivere o morire.
Molti di loro continuano a bere da bottiglie senza etichetta. E’ un alcool bianco che puzza in modo nauseante. Si mischia il puzzo di alcool e di tabacco. Il freddo comincia a solidificarsi attraverso il pavimento nelle nostre mani, che sono appoggiate a terra. Qualcuno strofina le braccia con il palmo e poi ci soffia.
Ci sarà qualcuno di loro che prova pietà! Ci sarà qualcuno di loro che li indurrà alla ragione… un comando improvviso, un contrordine… e perché poi dovrebbe esserci? Perché noi, tra tanti che sono morti, dovremmo essere graziati?
Resta solo da vedere quanto durerà… soltanto capire quanto durerà.

“Albanese Teodato”…






2 commenti:

Anonimo ha detto...

di una crudezza allucinante che genera angoscia. E' un racconto bellissimo.

Cecco ha detto...

Argomento non facile da trascrivere e onore al merito a Sandro perchè ha saputo raccontarlo come se lo avesse vissuto in prima persona.

BENVENUTO
....a te lettore che passi, ricorda che le parole resteranno e ti sopravviveranno, perciò pesale.