lunedì 17 gennaio 2011

IO ERO E SEMPRE SARO'. FRANCESCO GRIMANDI

Uno speldido racconto di Francesco

Io ero e sempre sarò
   (prima parte)


L’osservo. Ha l’aria dubbiosa. Non sembra sicuro di ciò che fa. Si guarda intorno, lo sguardo che vaga nel vuoto. Chissà cosa spera di scoprire? Al principio, quelli come lui hanno tutti la stessa faccia: un po’ stralunati, la fronte aggrottata, le labbra tirate…
Quanta serietà. Sai che ridere se si vedesse adesso?
Mi domando cosa faccia per campare. Certo non deve esserne troppo soddisfatto, dal momento che è venuto a cercarmi. Gli occorre il mio aiuto. Lo sento senza che lo dica. Ne ho visti fin troppi nel suo stato.
É una storia che si ripete, in ogni tempo, sotto ogni cielo.
Mi conoscono sotto molti nomi e brancolano fino a me. L’animo frustrato, traboccante di delusioni. Li unisce la voglia di sputare tra gli occhi alla sorte almeno una volta, una volta soltanto, sperando di restituirle un po’ di calci sotto la cintura.
Francamente me ne infischio. Non sono un’opera pia. Chi merita, sale, gli altri restano a terra. I giochetti non valgono; non conta chi è bello o può pagare. Sono io che decido e la mia legge è uguale per tutti. Scandaglio i recessi più nascosti dell’animo, alla ricerca di ogni intimo, inconfessabile particolare e lo sviscero, senza pudore. Possono beatamente rinunciare alla maschera che portano tutti i giorni. Offro loro l’occasione di godere di una vita diversa, migliore sotto qualsiasi aspetto, ma in cambio pretendo il sangue, e la sincerità più assoluta.
Chi tenta di imbrogliare è fuori dal gioco.
Ne annuso le carcasse. Il sentimento di rivalsa è feroce e assoluto. In fin dei conti per la gente sono reietti. Nella migliore delle ipotesi, li reputano tipi eccentrici, da tenere a distanza. Vagano come cani randagi e abbaiano alle ombre. Si illudono che mi ricordi delle loro meschine e fugaci esistenze, ma sono infinitamente vecchia e stanca. E la mia memoria non è più come un tempo.
Individui simili non meriterebbero indulgenza. É gente disposta a tutto. Sarebbero capaci delle cose peggiori, specie nei loro tortuosi pensieri.
Eppure, immancabilmente, bussano alla mia porta.
Il mio affezionato cliente si abbandona sulla sedia.
Un’espressione di disfatta spicca sul suo volto. Si massaggia le braccia, poi il polso, con una smorfia nervosa.
La bocca si stira in uno sbadiglio rattrappito.
Non sa nemmeno perché è qui.
Se parlassi adesso, scommetto gli verrebbe un infarto. Non si aspetta che io esista concretamente; non sotto questa forma. É giovane, il che costituisce un’aggravante, più che un inconveniente. Alla sua età dovrebbero coltivare altri interessi, o altre preoccupazioni, come magari rincorrere qualche avvenente fanciulla.
Già, le donne. L’altra metà della mela, la molla segreta nascosta nei pensieri di ogni uomo. Beh, così dicono…
Il problema è che non hanno più la spina dorsale di una volta. Il progresso li ha infiacchiti, li ha trasformati in pecore che fuggono belando davanti alle prime difficoltà. Intuisco nei loro occhi spaesati un vuoto implacabile. Mancano di convinzione e non credono a niente; di conseguenza, non apprezzano più quel che li circonda.
Giunti alla presunta maturità sembrano regredire, bramando ciò che non possiedono. Quando se ne impossessano, tuttavia, lo sciupano. Ne ricavano piaceri effimeri, poche gocce di pioggia sul deserto. In compenso, fanno di tutto per non pensare.
Stordiscono la mente ed esorcizzano il silenzio, mentre si ingegnano in infinite occupazioni elaborate ad arte per dilapidare l’unico bene, ovverosia il tempo.
Costoro vorrebbero scalare il mio Olimpo?
Ci vuole ben altra pasta.
Sudore e fatica, questo è il viatico. E solitudine.


Eccolo, è tornato. Questa volta scivola nella stanza con un ghigno deciso.
Si deve essere informato, oppure avrà domandato in giro. Ma è un illuso se crede di poter andare lontano senza di me.
Non è pronto.
Quasi quasi lo commisero. L’ambiente attorno a lui è confuso, genera insicurezze. Guerre, sopraffazioni, atrocità di ogni genere, menzogne. Un bel cocktail, non c’è che dire. Dall’alba dei tempi la sua razza coltiva e accresce questo fardello rivoltante. Invece di agognare il volo, si accontentano di trascinarsi nelle loro manchevolezze. Il contagio ormai è diffuso, sempre più letale; un’infestazione inarrestabile che soffoca l’ambiente che li nutre. Più ascolto i resoconti, più ne rimango annichilita.
Afferro il motivo che l’ha spinto a cercarmi: è convinto che sia il faro capace di guidarlo fuori da questa notte buia e tempestosa.
Ma ora è meglio essere prudenti. Sta diventando sospettoso, anche se ancora non può vedermi. Deciderò se sarà il caso. Intanto continuo a studiarlo da questa sorta di specchio rovesciato, dove tutto è permesso.
Se entrassimo in contatto, come vorrebbe, il gioco sarebbe fin troppo semplice. E temo non mi divertirei più. Lo lascio pertanto baloccarsi con la fragile chimera di riuscire nel suo intento. D’altronde, un sogno non si rifiuta a nessuno!
Se vuole arrivare a me, dovrà percorrere i sette cammini dell’inferno. Occorre che si purifichi, affinché possa apprezzare appieno il nettare inebriante che posso offrirgli. Serve che capisca se ha il dono giusto, o sta scherzando con il fuoco.
Occorre che impari a lottare. E non è poco.
Deve rimuovere le scorie che appesantiscono la sua anima, sperimentare a fondo i sentimenti e smettere di sognare in bianco e nero. Come un pittore, deve usare l’intera tavolozza dei colori, compresi i più speciali.
Ha paura degli impulsi che suscita l’amore? È come se un frutto fosse preoccupato di essere masticato e preferisse stare sul ramo ad avvizzire. È privo di logica. Meglio rischiare, e vivere le passioni sino all’ultima stilla, accettandole e serbandole nella mente e nel cuore. Spendersi, senza conteggiare i ritorni. E, soprattutto, senza mai accontentarsi.
Forse ha capito…
Si aggira per la stanza come una belva chiusa in gabbia. Sta scavando nel pagliaio delle sue esperienze, e ciò non può fargli che bene. Libera le vibrazioni positive, che si riverberano come cerchi concentrici in uno stagno. Le avverto sulla pelle, mi rendono euforica.
É il momento di far uscire la verità, di sbugiardare il Diavolo.
Quello che hai da dire non deve per forza compiacermi. Non comportarti da ruffiano, il mondo è pieno di gente simile. Imbonitori da quattro soldi che si vendono in oltraggio a ogni dignità. In cambio di cosa, poi? Il prezzo da pagare è alto, a volte troppo.
Librati leggero nell’etere. Abbandona il tuo corpo!
La testa pare svuotarsi, mentre assapori una strana vertigine. Il mondo attorno rimpicciolisce, per far posto alla coscienza che si espande. Le percezioni si allargano. Un martellare ossessivo e frenetico pulsa nel profondo, accompagnato alla sensazione tangibile di essere prossimo a evaporare. Dietro gli occhi qualcosa sta cambiando. Un formicolio leggero, un fremito, una trepidazione sconosciuta.
Basta un tratto ed ecco apparire un fiume. É la conquista della consapevolezza. Uno stato di grazia, un gradino più alto dell’evoluzione.
La realtà è solo una rappresentazione.
Niente più domande, solo risposte. Le cose non sembrano più ciò che appaiono. Le linee si confondono, i colori cambiano.
Frammenti di voci sussurrano richiami incomprensibili mentre l’aria si infiamma di echi lontani. Cominci a scorgere la mia dimensione, una prospettiva incostante e mutevole, priva di profondità e sconfinata nelle proporzioni.
Pazzia? Chi può dirlo? Oltre il limite, non rimangono che i sogni.
Poi la tensione, fatale, accoltella alle spalle.
Le membra si contraggono: la stanchezza si fa sentire. Troppe emozioni tutte insieme e il contatto abortisce, ancora prima di stabilirsi.
É un peccato! Un vero peccato.
Torna quando vuoi. La porta è sempre aperta.

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