venerdì 21 gennaio 2011

IO ERO E SEMPRE SARO'. seconda parte, (Francesco Grimandi)

Sono passate settimane dal nostro ultimo incontro. Avrei giurato che l’avrei rivisto, ma così non è stato.
Evidentemente mi ero sbagliata. É facile smarrirsi per quelli come lui. Rimanere imprigionati nel grande ingranaggio per venire poco alla volta stritolati. Ho visto gente più in gamba a cui è toccata la stessa fine, poveretti. É la vita. Non serve recriminare, né tanto meno piangersi addosso.
Certo, dal canto mio è tutto più facile.
Mi limito a stare qui ad aspettare. Io ero e sempre sarò.
La monotonia dei giorni m’è ignota. Probabilmente camperò abbastanza a lungo per conoscere le prossime diecimila generazioni della sua specie. Mi nutro dei loro tormenti, della noia, degli impeti di estrosità. Sono chi li conosce meglio, persino di se stessi. Senza di me le loro vite sarebbero involucri vuoti; do un senso alle loro esistenze, anche se sono troppo affaccendati per comprenderlo.
Fluisco, astratta come l’aria, e mi respirano. La cosa incredibile è che parlano come se ognuno mi conoscesse. In realtà, soltanto a pochi infidi elementi ho concesso questo malsano privilegio.
Per arrivare a me occorre percorrere un cammino arduo, terribilmente arduo, poiché non vi sono indicazioni, né una strada definita.
Ciascuno deve cercare il suo Bianconiglio.
Toh, chi si rivede! Entra nella stanza con naturalezza. Apre gli scuri e un soffio d’aria fresca scombina la polvere sui mobili. Non sembra in cerca di una dose d’oppio esistenziale, l’anestetico soave contro il grigiore e la banalità che lo attanaglia.
Lo squadro meglio: sulle tempie registro capelli bianchi che la volta prima non c’erano. L’andatura è la solita, solo la schiena è un po’ più curva. Per il resto appare lo stesso. Eppure…
Si accosta al davanzale, sporgendosi più del dovuto.
Contempla con disincanto la vista della città, con le schiere di palazzi. Venti metri più giù il brulicare indistinto di mezzi e persone scorre veloce, senza che se ne fissi il ricordo.
A dispetto dell’altezza non pare affatto intimorito, anzi. Sembra affascinato dal pericolo che sta correndo. E si sporge di un’altra spanna.
Come ubbidendo al mio appello, si ritrae di scatto.
Meglio così. Cominciavo a temere il peggio.
Si slaccia le scarpe e le toglie senza neanche guardare, gettandole in un angolo. Non capisco che intenzioni abbia. Si sbottona la camicia, restando a torso nudo con i soli jeans addosso. Il fisico, asciutto, dà risalto alla V slanciata del tronco; l’inchiostro di un nuovo tatuaggio sul braccio si sta ancora asciugando.
Questa volta si issa in piedi sul davanzale. Per qualche istante riesce a mantenere un incerto equilibrio. I rumori che salgono dalla strada lo avvolgono più intensi, ma è solo la percezione a essere mutata.
É sereno, come in pace con se stesso. Si siede di traverso sulla mensola di cemento, la schiena appoggiata contro al muro. Se ne sta lì, appollaiato, rimirando il vuoto a braccia conserte.
Dalla tasca posteriore prende un chewing-gum. Lo scarta, lo mette in bocca e inizia a masticare. Passano i minuti, scanditi dal lento lavorio dei denti e delle mascelle.
Un palloncino ipertrofico gli sfugge dalle labbra.
Esplode con fragore e nervosamente lo ringoia. Un respiro, le ciglia che sbattono. Le pupille, dilatate, hanno un guizzo.
Come se fosse la cosa più normale del mondo, il mio instabile amico scavalla le gambe e scende dal suo scomodo trespolo, riportando entrambi i piedi sulle piastrelle del pavimento.
Scuote la testa come per snebbiarsi le idee. Il gesto pare farlo rinsavire. Rapidamente, passa in rassegna il ripiano della scrivania ingombro di fogli, la logora poltrona di pelle, la libreria addossata alla parete capo opposto della stanza, come se per lui fosse nuova ogni cosa.
Con le mani sprofondate nelle tasche, senza bisogno di parole, senza bisogno di pensare, si incammina attraverso la stanza, diretto agli scaffali carichi di volumi.
Sceglie un libro dalla copertina viola. Lo fissa, quasi potesse leggervi attraverso e sta così qualche secondo. Stento a indovinare il turbine di pensieri che rimesta la sua mente; tuttavia intravedo la scintilla giusta.
Forse ci siamo. La magia può compiersi.
Ciò che non ha definizione, né forma, né precisa determinazione, lentamente emerge dal caos come l’impronta di un’onda sulla spiaggia.
È il dettaglio che racchiude ogni cosa, quello che stava cercando.
Porta il libro alla scrivania e si siede, con calma. Dal cassetto alla sua destra estrae una risma di carta vergine. La penna è lì, davanti a lui.
L’aria è afosa, quasi torrida, e non c’è da meravigliarsene vista la stagione. Gocce di sudore si addensano sulla sua fronte.
Afferra la penna con un attimo d’esitazione, fissando il candore lattiginoso dei fogli, senza tuttavia vederli: ciò che in realtà sta esplorando è un segreto, tra lui e me.
Da qui in poi sarò io a condurlo.
Io, l’ispirazione, così ho voluto.

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