mercoledì 12 gennaio 2011

Venerdi


Come tutte le sere infilo la macchina nel box. Sono azioni ormai automatiche, abitudinarie. Riesco a passare accanto alla parete sfiorandola. E anzi, ogni giorno cerco di migliorarmi, sentendo per questo un brivido di piacere attraversarmi la schiena. Chiudo la macchina, sincerandomi più volte di averlo fatto, forzando la presa della mano sulla maniglia della portiera. Quando mi sono convinto che è chiusa (tornando a volte sui miei passi) allora mi decido ad uscire dal box. Abbasso l’anta e giro la chiave: poi provo a vedere se è ben chiusa. La tiro un paio di volte. Quando sono sicuro mi dirigo verso casa, percorrendo il vialetto.
Affinché vada tutto bene devo percorrere il sentiero di pietra saltandone una ad ogni passo, percorrendole cioè a saltelli, senza farlo tanto notare, per mantenere una cert’aria di serietà. Qualcuno mi potrebbe vedere.
Palpo la tasca del soprabito. La sento fredda. Siamo a gennaio. Cerco la chiave. E’ un gennaio strano: immobile. E’ caduta una pioggia sottile e fastidiosa, di quelle che paiono eterne e che pizzicano appena i cristalli della macchina. Quando piove così, sordidamente, accendo solo a tratti il tergicristallo, lo imposto sul massimo intervallo per non usurare la gomma.
Guardo le mie scarpe. Sono pulite.
Questo gennaio è stato denso di eventi. Festeggiare comunque il compleanno di mia moglie proprio nel momento in cui avevo la febbre; la malattia di mia madre che l’ha costretta ad un ricovero di dieci giorni in ospedale, la morte del nostro amato cane, Cicciolo. Ci sono dei mesi in cui non va a posto niente. Si può dire che non sono stato mai un attimo in pausa. Per fortuna la macchina era perfetta: avevo fatto il tagliando il mese prima, forse come dice il meccanico, esagerando. Ma meglio avere una macchina in piena efficienza, perché possono capitare evenienze inaspettate, casi non considerati prima.
Trovo la chiave nella tasca dei pantaloni. La cosa mi urta, perché in genere non la lascio mai lì.
La casa è un villino su un piano. La cercai per mesi come la desideravo. In genere la gente cerca villini su più piani perché danno loro un’aria più altolocata. Io non volevo le scale, perché dalle scale si può cadere. Nessuno ci pensa mai, ma l’incidenza dei disastri che avvengono dentro casa è catastrofica. Considerando che allora avevo pianificato almeno due figli, decisi per questa, alla giusta distanza dal centro ma situata in campagna, tra persone cordiali e discrete, non certo i soliti rumorosi abitanti delle periferie; quelli che adorano fare il barbecue alla domenica e invitano amici e colleghi, ammorbando l’aria attorno di fumo e vuote chiacchiere.
“Ho visto quella macchina che t’avevo detto! Cazzo, la tengono come un gingillo. Tu pensa che ci ha montato su i cerchi ribassati”“Trovo che lo schermo a LED sia più adatto al 3D… solo che gli occhiali da mettere alla lunga sono ingombranti. E poi quel modello non si adatta alla tappezzeria.”
“Le ho detto: se tu vuoi venire in accordo con me devi pulire dove ti dico di pulire! Allucinante! L’altra volta non le ho ricordato di passare lo straccio sulle cornici. A fine giornata ho passato il dito sui quadri e non ti dico la polvere! Questo perché? Devo dare ragione a mio marito che mi dice che non devo dare troppa confidenza alle donne che faccio venire in casa mia!”
Si tratta di uomini e donne che vengono dalla piccola e media borghesia: piccoli imprenditori edili, insegnanti, commercianti. E’ la categoria umana più blaterante che esiste sulla faccia della Terra. Sono quelli che stanno meglio e che si lamentano di più in assoluto perché si trovano al confine tra l’opulenza e la modestia e si sentono sempre in bilico e in pericolo. Non li frequento. Non li potrei sopportare né psicologicamente, né economicamente: credo di essere l’unico monoreddito in tutto il quartiere. Odio le loro bistecche grasse e le loro salsicce in fila dentro i vassoi rosso sangue. Mal sopporto i loro bambini che urlano sotto gli aceri per tutto il pomeriggio e maledico la bella stagione, quando sono praticamente in giardino tutto il giorno.
Ai lati del portoncino in legno ci sono due falsi gelsomini che in estate inebriano con il loro profumo. Ho fatto in modo di farli salire in modo ordinato, senza invadere tutto il piccolo patio, ma in modo da formare due sottili colonne fiorite in estate e verde cupo in inverno. Bisogna seguirli con passione, i falsi gelsomini. Concimarli quando è il momento, potarli il giusto quando slanciano nuovi tralci e sono appena sfioriti. Hanno quel profumo malinconico che prende alla gola e fa venir voglia di piangere per la gioia che danno.Pensavo, piantandoli, che i bambini sarebbero stati lieti della loro ombra e del loro profumo. Immaginavo le loro faccine con il naso puntato all’insù, stupiti dal gran fiorire bianco. Pensavo che sarebbero stati biondi come la madre e che per una sorta di miracolo genetico avrebbero avuto gli occhi verdi. Si: sarebbero stati belli due bimbi, un maschio ed una femmina, con gli occhi verdi. Gli occhi verdi sarebbero stati la loro fortuna, un passepartout per la vita.
La luce che viene dalla porta a vetri è rassicurante. Quel bell’ocra che si spande sulla piazzola d’entrata in inverno dà un senso di calore familiare. Posso dire con orgoglio che tutto quello che ho fatto qui è stato fatto a ragion veduta: nulla a caso; nulla in più o in meno.
Credo che anche mia moglie sia stata soddisfatta di questo risultato, anche se non lo ha mai dato a vedere. Si sa come sono le donne: non trapela mai direttamente, in modo schietto, la loro soddisfazione per qualcosa, mentre sono molto più propense a mostrare la loro insoddisfazione. Pensano che le cose giuste siano loro dovute.
Avrei voluto solo poter parlare di più. Ma eravamo proprio nella fase della nostra vita in cui gli impegni erano più importanti del resto: la casa, il trasloco, il nuovo lavoro. Quando tornavo a casa la sera la trovavo già sul divano a dormire, vinta da una stanchezza pesantissima, che non avevo intuito, ma che non si poteva intuire se non parlando. Era avvolta nelle sue copertine preferite, davanti al televisore che blaterava da solo, il piccolo volto illuminato dallo schermo. Allora facevo tutto in completo silenzio, come se fossi in chiesa, per una forma di rispetto riguardo al suo riposo. Ma alla luce dei fatti mi chiedo se era quello il rispetto che si aspettava da me e non altro, diverso.
Entro in casa. Mi giro verso la porta e faccio scorrere la lunga chiave nella toppa. Mi investe il caldo dei termosifoni programmati per arrivare a venti gradi. Non è consigliabile superare i venti gradi, dentro casa. Faccio la prova un paio di volte sulla maniglia per vedere se la porta è chiusa a dovere, strofino i piedi sullo zerbino di cocco e mi volto verso il salone.
Non può non essere che vuoto il salone di una casa vuota. Ma non si sente il freddo del silenzio. L’angolo accogliente che fa il divano davanti al camino spento mi invita a sedermi ancora vestito, con le scarpe e il resto, compreso il soprabito.
Sul tavolo intarsiato le statue che le piacevano tanto e che disponeva in un ordine casuale e che io risistemavo secondo il mio gusto, allineate in un certo modo o alternate: la piccola e la grande, la piccola e la grande…
Il portagioie d’argento, che lei lasciava ingiallire. Io la rimproveravo per questo suo far andare le cose, per questa sua trascuratezza. A volte mi dico che bisognava in qualche modo spiegarla, questa noncuranza per le cose, forse anche solo parlando. Non bastava l’intuito per capire che questa sua trascuratezza nascondeva ben altro. Bisognava parlare. Parlando si spiega tutto e si chiarisce, dice sempre mia madre.
“Non si lasciano le cose nell’aria! Le cose nell’aria ammorbano e avvelenano! E invece debbono rimanere in terra, essere chiare, verificabili, addirittura masticabili!”

Mi siedo sul divano con il soprabito e tutto. Inizia il rituale del venerdi. Una volta allungare la mano verso la boccia di brandy era un gesto scaramantico e liberatorio. Ora è diventata una routine vuota ed avvilente. Ma sono riuscito a gestire anche questo. Non più di due bicchieri: mi fanno sentire leggermente stordito. Mi fanno provare un solletichio alla base del collo che si espande sulle spalle; la bocca dolciastra, la voglia invincibile di dormire, anche se poi si tratterà di un sonno intervallato, ritmato, angosciante. Di preferenza li bevo davanti alla tv accesa. Le immagini piano piano si distorcono, schiariscono in maniera innaturale, i movimenti si fanno nebbiosi, le bocche si aprono a dismisura. Dapprima mi pare di capire tutto quello che dicono, anche i loro silenzi. Poi riesco a distinguere solo un brusio fitto, come il rutilare di un fiume sul suo letto di ghiaione. Poi viene il torpore. Si sente salire dalle braccia, scaldare le mani e poi il collo, la nuca. E poi, come una carezza, dietro la testa si ferma, si posa. E inizia una lunga discesa nel niente, che poi è l’unica cosa per cui vale la pena d’esistere.
Non è vero: non riesco più a gestirmi. Quando la bottiglia è a metà sento suonare il telefono. Alzo la cornetta. Ho come l’impressione che la sto sollevando a decine di metri da me. Allora il mio braccio piegandosi compie un tragitto immenso e la cornetta cozza contro la tempia. Anche il dolore è lontano, ronzante.
“Si…” e sento provenire la voce dalla gola, insieme ad un fiotto di saliva acida.
“Sei a casa…” non riesco subito a capire di chi si tratta. E’ una voce militaresca, secca, che non ammette repliche scocciate.“Sono a casa”“Sarai stanco… ti volevo dire… se non hai troppo da fare e visto che, mi chiedevo, io e tuo padre siamo soli… potresti venire domani a cena. Che dici?”
“Adesso non lo so… magari esce qualcosa… un impegno…”“Beninteso… certo! Se non hai nulla da fare…” ma si scorge nella voce una nota spezzata di delusione. Come una barra di metallo che ha subito una vibrazione. Non un’incrinatura, ma solo una impercettibile vibrazione.
“Beninteso… ma non te devi prendere” ho solo voglia di stendere il mio corpo da qualche parte. Di dormire, fosse anche un sonno travagliato, spezzettato.
Qualcuno esce da una casa sbattendo il portone. Si sente ridere e chiamare a voce alta. Mi alzo a fatica dal divano e scanso la tendina che da sul prato davanti.
Un uomo e una donna. E’ una cosa così naturale! Un uomo e una donna che vanno ad una festa, forse al cinema. Lei indossa un abitino leggero ed attillato. Si vede dal soprabito aperto. Le scarpe eleganti con un bel tacco. Ha i capelli disinvolti sulle spalle: dei bei capelli biondi. Lui la guarda con uno sguardo innamorato e rapito, prendendola dietro al gomito con una mano e spingendola gentilmente verso la macchina.
Torno a sdraiarmi. Il torpore mi avvolge. Era una sera come questa. Di colpo entrando capii che la mancanza del suo profumo non era una cosa normale. Di norma il suo profumo avvolgeva tutte le cose come un manto. Me ne sono accorto soltanto quando non lo percepivo più. Percorsi tutte le stanza senza fretta, come un automa. Tutte le stanze erano in ordine, ma senza di lei. Non sembrava essere sparita del tutto. Tutto era uguale. Le cose che toccasti, gli oggetti di arredamento che avevi scelto uno ad uno erano come sempre al loro posto. Ora però erano perdutamente svuotati. Occupavano uno spazio minimo, senza irradiare attorno il fascino che avevano sempre avuto. Come se andandotene avessi portato con te la loro essenza. Rimaneva una casa minima, un contenitore con tutti i confort ma senza anima. Un contenitore in cui avrei continuato ad aggirarmi facendo finta di niente e fingendo che la tua scomparsa dalla mia vita sia stata una tua libera scelta o peggio un capriccio.
“Sono io…”“Sei tu…”
“Va bene… domani ceno con voi”
Sento dall’altra parte della cornetta un respiro appianato, tranquillo.
E’ solo l’inizio di un ennesimo, paludoso, fine settimana.

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BENVENUTO
....a te lettore che passi, ricorda che le parole resteranno e ti sopravviveranno, perciò pesale.