domenica 2 gennaio 2011

Via cavo









Quando vado a visitare i miei mi soffermo in cucina. E’ il luogo dove più spesso i miei trascorrono il tempo, avvolti dal tepore delle cose che cuociono pigramente nei mille pentolini della mamma, circondati dalla luce dei faretti che lo zio in un momento di ispirazione modernistica piantò, decenni fa, su quel soffitto. Mio padre compila le sue brave ricevute, concentrato in uno sforzo madornale: scrivere e leggere nel contempo. E’ una cosa cui si sottopone suo malgrado ma che compie con la consueta precisione e puntiglio. Inforca gli occhiali, assume un cipiglio concentrato e comincia a scrivere, accompagnando il moto della penna con dei ricami in aria, quasi a voler dare più enfasi al suo gesto.
Mia madre se ne sta zitta all’angolo, con un tovagliolo in mano, tormentandolo con le dita. Il tempo passa e lei lo vorrebbe fermare. Non tanto per sé, quanto per chi ama. Conobbe tempi felici nel passato e ora vive rivolta sempre a quelli e non capendo che in tal modo pregiudica i restanti. Tinge i capelli d’un mogano giovanile perché mio padre non vuole vedere i suoi capelli bianchi. Si amano a tal punto che presto uno dei due, morendo, ucciderà anche l’altro.

Così, sovente, quando sto in quella cucina, lo sguardo cade inevitabilmente sulla finestra che da sul cortile interno.
Ricordo che il muro dinnanzi era di un celestino verdolino delicato. Ora non ha più colore. E abitava proprio davanti ai miei una donna anziana con la figlia zitella e al piano inferiore, una donna burbera ma gentile, anch’essa con la figlia zitella.
Ora non so chi li abita, ma deve esser tutta gente che ha dato la priorità al televisore. Me ne sono accorto domenica scorsa: ho visto correre in modo disordinato e degradante dei fili da una finestra all’altra, addirittura da un piano all’altro. Come se questo popolo che non ha più punti in comune, davanti alla tragedia, alla disgrazia di non disporre d’un filo d’antenna, finalmente trovi un punto di intesa, di comune interesse. E allora ecco spiegati i fili bianchi che corrono da una parte all’altra del condominio, travalicando pianerottoli, condotte del gas, pendendo beceri dai muri stinti.
Come si potrebbe fare a meno della Clerici, della De Filippi…

Lo dico ai miei:
Avete visto…” dico “Questi pur di non rinunciare ad un’ora di televisione fanno passare i fili posticci da una finestra all’altra, come in un accampamento!
Loro mi guardano e non mi capiscono. Anche loro, come tutti, non possono fare a meno del televisore. E’ stata una grande arma di potere. Lo è tuttora.
Si lo so cosa pensate: ecco il discorso qualunquista da snob che fa finta di ignorare la televisione. No signori: sbagliate di grosso. Io odio la televisione. Credo che sia la maggiore responsabile del decadimento della nostra società.

Tutti lo dicono: tutti la guardano. Come drogati che odiano quello che fanno ma lo fanno comunque.
E se non ci credete, c’è la fotografia.
Grande cosa, la fotografia…

1 commento:

salvo ha detto...

Sì, grande cosa la fotografia, ma altrettanto grande la prosa di Sandro che è come una fotografia. Uno spaccato del quotidiano ma che ti crea quella nostalgia delle cose andate, di valori di famiglia, di cucine profumate di sugo e di "Mike Bongiorno", di cavi serpeggianti e3 di liti condominiali. la bravura di sandro supera anche i ricordi e la fantasia.
Salvo

BENVENUTO
....a te lettore che passi, ricorda che le parole resteranno e ti sopravviveranno, perciò pesale.