martedì 1 febbraio 2011

I corsi di Salvo: Il NARRATORE ONNISCIENTE


Mi è sembrato utile riportarvi quanto scritto da uno dei migliori "insegnanti" della WMI a proposito di questo tema che sembra semplice ma che, come il Punto di vist,preswenta tante insidie. E' Daniele Bonfanti che ha postato questo intervento nel Forum della WMI. Eccolo:

Allora, narratore in prima persona è "autodiegetico". Poi anche questo ha delle sfumature, e anche molte. Che dipendono dalla cd. "distanza narrativa", ossia distanza tra il narratore e la storia narrata. (Esempio: la distanza è zero in questo caso: "Io entro in casa e vedo mia moglie"; la distanza è maggiore in questo caso: "Io entrai in casa e vidi mia moglie": l'autodiegetico narra al passato);

Il narratore omodiegetico è interno alla storia, quelle eterodiegetico esterno. Ma questo in linea generale e approssimativa, perché esistono mille passaggi e altrettante sfumature. Vuoi una chiarificazione completa? Leggi un po' qui, è illuminante:

<<Faccio una risposta breve, brutta e disordinata, per ora. Poi scriverò un articolo in proposito sul sito (dopo aver finito quello che sto preparando su parallissi, parallessi e cose che finiscono in -ssi .

La prospettiva è uno degli aspetti fondamentali dello status del Narratore, insieme a voce narrativa e rapporto del Narratore con la diegesi. I tre aspetti sono indipendenti anche se allo stesso tempo ovviamente si interlacciano strettamente.
La prospettiva è il filtro attraverso il quale passa/rispetto al quale si pone l’espressione narrativa. Il punto di vista è il “luogo” (percettivo, ideologico-etico, pratico) che orienta la prospettiva narrativa. Quindi, quando si parla di prospettiva si parla di punto di vista, e anche se non sono la stessa cosa (il pdv è lo strumento, la prospettiva è l’istanza orientata dallo strumento).

La prospettiva si distingue in base, appunto, al punto di vista che la orienta, in tre categorie principali:

1) focalizzazione interna: "vediamo" la storia attraverso l'esperienza che ne fa un personaggio. E' come se fossimo nella sua testa: conosciamo i suoi pensieri, le sue emozioni, oltre alle sue percezioni.
2) focalizzazione esterna: "seguiamo" un personaggio, a mo' di osservatori alle sue spalle, di "testimoni oculari", ma non sappiamo cosa pensa o cosa prova. E' un po' come se ci fosse una telecamera che lo segue. Se lui si trova all’interno di una stanza, noi non possiamo sapere cosa c’è fuori dalla stanza.
3) focalizzazione zero: non siamo vincolati a nessun personaggio e possiamo osservare tutto in qualunque momento e in qualunque luogo, compresi i pensieri di tutti i personaggi ma anche ciò che nessun personaggio pensa, vede, sa. E' il caso del narratore onnisciente, che ha anche, volendo, facoltà di spiegare o commentare.

Le cose, ovviamente, però sono molto più complesse. Perché si possono dare casi misti o sottocasi.
Va fatta in primo luogo una distinzione tra onniscienza e onnipresenza: la seconda non implica la prima. In caso di onnipresenza, il narratore può saltare da un luogo all'altro e vedere tutti i luoghi della storia, ma senza essere onnisciente. È il caso di molti film, in cui la scena si sposta da un luogo all’altro, ma non sappiamo cosa pensano i personaggi, li vediamo soltanto agire. (In questo caso abbiamo una focalizzazione esterna onnipresente).
Un narratore onnipresente può essere quindi anche onnifocalizzato (internamente o esternamente).
Infatti, è frequente avere una narrazione che alterna le prospettive di molti personaggi, passando da uno all'altro ma senza mai diventare onnisciente.

Ci sono poi le limitazioni che pone l'autore: per esempio l'autore può decidere di "usare" n personaggi (e solo quelli) come istanza prospettica e alternare il punto di vista da uno all'altro. In questo caso abbiamo una narrazione polifocalizzata (interna o esterna).
Può allo stesso modo porre limitazioni alla sua onnipresenza, per esempio legandola alla presenza di un personaggio-punto di vista: posso essere dove voglio in ogni momento, a patto che ci sia uno dei personaggi che orientano la narrazione.

Oppure, in caso di focalizzazione interna, può decidere di porre limitazioni sulla sua possibilità di penetrare la mente, decidendo che il personaggio "ha dei segreti" anche per lui (e quindi per il lettore): "Impossibile dire cosa provasse Silente in quel momento".
Al contrario, un narratore onnisciente può addirittura “saperne di più” del personaggio sui suoi stessi pensieri: può comunicare desideri o emozioni che il personaggio non sa di avere. Per esempio: “Silente non lo sapeva, ma in fondo in fondo era EMO”. Questo manifesta anche la presenza di un narratore palese (e qui parliamo invece di voce narrativa, e non di punto di vista).
Una narrazione a focalizzazione interna, invece, deve comunicare solo ciò che il personaggio "sa di sapere", ciò di cui è cosciente.

Chiaramente la prospettiva non deve necessariamente essere fissa per tutta l'opera: può anche cambiare a seconda della sequenza.
Oppure, a seconda del grado del racconto: se un personaggio della storia racconta una storia, divenendo narratore secondo, la sua prospettiva potrà chiaramente essere diversa da quella del racconto primo.

Attenzione: la narrazione in prima persona o in terza persona è un problema relativo alla voce e al rapporto narratore-diegesi.
Una narrazione in prima persona, per esempio, non è necessariamente focalizzata internamente; spesso lo è, ma non c’è nulla di strano in:
“Ora vi racconto dell’agguato che mi ha fatto Silente ieri: io mi stavo pettinando, e lui intanto mi aspettava di nascosto fuori dalla porta con un enorme bastone nodoso”.
Ovviamente, sarà indispensabile in questo caso spiegare/giustificare come poi io sia venuto a conoscenza delle azioni che si svolgevano al di fuori del mio campo percettivo.
Possiamo anche narrare in prima persona a focalizzazione esterna: vi racconto cos’ho fatto, ma senza dirvi che cosa pensavo mentre lo facevo, solo descrivendovi le mie azioni “come se mi vedessi dall’esterno” (i sogni, se vogliamo, sono a volte in prima persona ma a focalizzazione esterna).
Oppure, un narratore-testimone (allodiegetico) può narrare senza problemi in prima persona, ma a focalizzazione esterna. Lui era lì, ma riporta ciò che ha visto e non può sapere cosa provavano/pensavano i "veri" protagonisti.

Poi: un narratore può per esempio essere polifocalizzato, ma internamente su alcuni personaggi e esternamente su altri. Oppure alternare capitoli onniscienti a capitoli focalizzati.

Quindi, le tre modalità non vanno immaginate come “compartimenti stagni”, ma come casi limite che possono intrecciarsi e combinarsi.

Qualche esempio:

- Focalizzazione interna: “Silente si guardò le mani sporche di sangue, sgomento, e si sentì bruciare dal rimorso; vide che il Vampiro, invece, pareva addirittura euforico”.
- Focalizzazione esterna: “Silente si guardò le mani sporche di sangue, con aria sgomenta, e contorse il volto in una smorfia di rimorso; il Vampiro, invece, pareva euforico”. (Nota: oltre alle modifiche più evidenti, ho tolto “addirittura”, perché probabilmente è un pensiero indiretto di Silente – il narratore a focalizzazione esterna è invece più imparziale).
- Focalizzazione zero: “Silente si guardò le mani sporche di sangue, sgomento, e si sentì bruciare dal rimorso non meno di quanto il Vampiro si sentiva ardere dall’euforia.”

Il terzo esempio potrebbe, così decontestualizzato, anche appartenere a una narrazione polifocalizzata internamente, in cui i personaggi-pdv sono sia il Vampiro che Silente.

Se però aggiungo: “Ma presto, sarebbe giunto sul posto il Policefalo Maledetto: già si avvicinava affamato e perverso tra le fronde degli alberi del bosco che si adagiava come una macchia scura nella notte”, allora siamo certi che la focalizzazione è zero e che abbiamo un narratore onnisciente, perché: dico qualcosa che i personaggi non possono sapere; aggiungo 1) che arriverà sul posto, facendo una anticipazione, quindi conosco il futuro 2) che è perverso, quindi riesco a scrutare anche lo "stato interno" del Policefalo 3) che è malvagio, che è un giudizio dato dall'esterno, dal narratore; infine, la descrizione finale del bosco è chiaramente "vista dall'alto", da un punto di vista esterno - o "sopra" - la storia).

La narrazione a focalizzazione zero ha facoltà di spiegare/giudicare da un punto di vista esterno ciò che accade. Gli altri tipi di narrazione no.
Altro esempio, se dobbiamo parlare del passato di un personaggio appena introdotto:
- Interna: il personaggio ripensa al suo passato ("Silente ricordava di quando viveva ancora a Nanto, prima dello sbarco alieno...)
- Esterna: ricorriamo a una sequenza in analessi (un flashback) in cui vediamo momenti del suo passato (La sequenza si sposta a Nanto, prima dello sbarco alieno)
- Zero: il narratore ci racconta il suo passato ("Silente, prima dello sbarco alieno, era vissuto a Nanto, un paesino vicino a Vicenza...").

Per concludere (poi prometto che tratterò più ampiamente) e venire un po' a noi. Cosa si può fare e cosa no?
Si può fare tutto, basta farlo bene e in maniera coerente; non esiste un pdv “bello” e uno “brutto”. Sono le esigenze dello scritto e i vostri scopi a guidare la scelta più efficace.
Voglio avere un protagonista misterioso e imperscrutabile? Potrei optare opportunamente per una focalizzazione esterna. Voglio scrivere una storia introspettiva, creando un legame empatico tra lettore e protagonista? Mi conviene utilizzare, probabilmente, una focalizzazione interna. Voglio portare avanti una narrazione epica? Una prospettiva “corale” polifocalizzata può essere una buona scelta. Voglio evocare un tono leggendario, o fiabesco? voglio filosofeggiare o riflettere su quello che narro? Voglio avere totale libertà d’azione o scrivere un romanzo di stampo ottocentesco? Potrebbe essere efficace la focalizzazione zero.

È possibile avere anche focalizzazioni parziali, come si diceva, che stanno a metà strada tra interna e esterna (il caso del personaggio che “ha dei segreti” anche per il narratore); o addirittura possiamo avere focalizzazione oscillante: in alcuni momenti sappiamo cosa passa per la testa del personaggio, in altri lo vediamo solo agire.

Cosa è Male?
Male è, come sempre, la mancanza di coerenza interna.
Se in fase di strutturazione del racconto decido di utilizzare in una data sequenza un certo di pdv (quale che sia), poi dovrò essere coerente e utilizzare quello.
Qualche esempio:
Se il mio romanzo è tutto narrato in maniera polifocalizzata, attraverso i punti di vista di Vampiro e Silente, e poi improvvisamente riporto un pensiero del postino che sta consegnando la posta a Vampiro, allora è Male. Molto Male.

Se il mio romanzo è a narratore focalizzato esternamente per 200 pagine, e a pagina 201 viene riportato che Silente “sentì un groppo allo stomaco”, per poi tornare esterni per le restanti 100 pagine, questo è Male.

Se il mio romanzo ambientato nell'antica Grecia è focalizzato su un personaggio, e improvvisamente ci infilo una descrizione di come funzionava lo smaltimento dei rifiuti, questo è Male - a meno che, ovviamente, non si tratti di riflessioni del personaggio sullo smaltimento dei rifiuti. Dovrò appunto descrivere non come funzionava tale smaltimento, ma cosa pensa il personaggio di come funziona lo smaltimento.

Se il mio romanzo è focalizzato internamente su Silente, e a un certo punto dico: "Silente non si accorse che alle sue spalle si delineava l'ombra del Vampiro".
Questo è Male.

Se opto per una focalizzazione oscillante, questa deve comunque avere ritmi, movimenti e equilibri sensati, progettati, non casuali. Non posso semplicemente ogni tanto dire cosa pensa e ogni tanto no: ci deve essere una ragione strategica ben precisa perché si passi da una posizione all’altra – per esempio: voglio che un personaggio inizialmente simpatico diventi man mano strano e inquietante.
Badate: gestire una cosa di questo tipo senza scivoloni non è facile, è come un crescendo in musica.

Posso passare da un pdv all’altro senza utilizzare un doppio a-capo? Certo che posso, basta che
- sia chiaro “dove siamo”, cioè che il passaggio di pdv sia evidente (come nell'esempio che ho fatto sopra di Silente con le mani sporche di sangue). Questo è un errore che invece capita spessissimo di leggere, che il lettore si ritrovi a chiedersi: “chi sta pensando questo?”
- sia un uso costante. Ovvero, se decido di mettere il doppio a-capo a ogni cambio di pdv, allora dovrò farlo sempre, e non potrò, in un paragrafo “di Silente”, metterci un pensiero di Vampiro. Se invece decido di non farlo, e di passare liberamente tra i pdv dei miei personaggi, allora non dovrò mettere ogni tanto il doppio a-capo (dovrò usare il doppio a-capo, se lo uso, per stacchi che non siano quello di pdv, ma per esempio per segnalare ellissi cronologiche o spostamenti di luogo d’azione).

Se abbiamo un narratore onnisciente, anzi, non sarà molto opportuno il doppio a-capo; mentre può essere un buon metodo in caso di polifocalizzazione - ma comunque non è obbligatorio.

L’importante, e non mi stancherò mai di ripeterlo, è che a monte di tutto ci sia una decisione dell’autore, e non il "mi piaceva così!".>>
(Daniele Bonfanti)

4 commenti:

playwords ha detto...

Davvero molto molto interessante ed utile, ora mi rileggo di nuovo l'articolo, ed anzi, me lo segno per le future consultazioni.

Grazie

Stefano Lazzari ha detto...

Il narratore onniscente non si usa nella narrativa di genere perché è meglio far "vivere" il lettore le esperienze del PDV. Risulta più immediato, immersivo di un onniscente che ti catapulta fuori dalla storia e tu sei un lettore non più coinvolto.

In altri generi, tipo il mainstream e nella narrativa "alta" va ancora bene, ma generalmente si evita: adesso nella narrativa di genere si usano le due Terze Persone (limitata e profonda) e la Prima Persona.
Con tutti i loro pregi e difetti, ma tengono inchiodato il lettore dentro la storia.

salvo figura ha detto...

Sì Stefano, hai ragione, però posso dirti che puoi far immedesimare ugualmente il lettore nella vicenda e nel personaggio principale, attraverso i dialoghi che devono essere ben costruiti.
Grazie per il tuo apporto.
Salvo

Federica Leva ha detto...

Non sono d'accordo con Stefano Lazzari. E' vero che il narratore interno è potenzialmente più coinvolgente - e eprsonalmente mi piace molto -, ma ho letto romanzi con narratore interno gelidi come ghiaccioli e romanzi scritti con narratore onnisciente molto vicino al pdv dei personaggi che mi faceva battere il cuore.Discriminare un narratore a favore di un altro, su base teorica, è un passo molto azzardato. Se dovessimo buttare via tutti i libri scritti con narratore onnisciente, dovremmo dar fuoco a gran parte della produzione mondiale negli ultimi 5000 anni, e la cosa mi semrbrebbe un tantino esagerata. Attualmente, le più grandi CE italiane continuano a stampare libri, sia italiani che tradotti scritti con narratore onnisciente. Ci sarà pure un motivo se, invece di adeguarsi alle regolette anglosassoni, guardano con maggior attenzione alla sostanza dell'opera...

BENVENUTO
....a te lettore che passi, ricorda che le parole resteranno e ti sopravviveranno, perciò pesale.