domenica 27 marzo 2011

Ricordi disordinati

Mio padre indossava una giacca a quadri grandi, che gli calzava addosso alla perfezione. Io gli arrivavo forse un po’ più su del fianco e mi teneva la mano quasi costantemente, concedendosi qualche pausa solo per accendere una sigaretta (allora fumava tenacemente e giovanilmente. Avrebbe smesso da li a poco, più per amor nostro che per sua intenzione) o per salutare qualche amico incontrato per la strada. Io non ricordo quei momenti di abbandono epidermico: ricordo soltanto la stretta della sua mano calda circondare la mia piccola mano che s’appigliava alla sua come se fosse l’unica cosa vera, sostanziale.
Mi portava sempre con se quando terminava il lavoro. La mamma mi preparava scrupolosamente con indumenti stirati e impomatati, profumati in modo inverosimile e io, accanto a lui, facevo la mia figura, saltellandogli intorno, come fa un pazzo attorno ad un palo.
Si è in quei momenti così sereni che tutto quello che avviene attorno non ha alcuna importanza, tant’è che non se ne conserva la memoria. Si ricorda solo l’essenza di quelle ore, di quegli anni che pure furono tanti, l’atmosfera dolciastra e distante e tanto più dolorosamente gioiosa quanto più remota.
Camminando così mi conduceva con lui per faccende strambe, o perlomeno strambe per me che ancora non le capivo. Guardavo dal basso alti banconi di legno scuro oltre i quali sentivo voci umane senza vedere nessuno. Dazio si chiamava. Mi ci portava ad intervalli regolari e lo vedevo discutere animatamente e pagare e lamentarsi, pagando. Oppure mi portava con sé al circolo. Ed era quella una cosa che odiavo, pur non avendo il coraggio di dirglielo, visto che lui ne era così orgoglioso. Era felice di portarmi al circolo perché vinceva sempre. Con la sua faccia guascona, tosta e sorridente pareva ammansire tutti e tutti parevano dimenticare le regole, le carte appena uscite e lui aveva la meglio, sempre, su tutti.
Odiavo queste nostra permanenze nel circolo perché mi privavano della sua attenzione per tre o quattro interminabili ore in cui lui si immergeva totalmente in quei giochi di carte che non capivo ma dai quali lui usciva sempre trionfatore, tra le lamentele e le bestemmie di chi invece perdeva (gente contadina con pochi denti, la pelle raggrinzita e l’alito di Cognac).

Infatti da adulto non sarei mai più entrato in quei circoli di vie limitrofe a casa mia, pieni di vociare e di risate, di luci basse e di neon e di fumo blu e basso che attraversava l’aria in forma di nebbia statica e velenosa. Ero definito il guastafeste dagli amici, perché mai mi convinsero a cominciare una partita a bigliardo o a bocce. Avevo un ricordo troppo becero e malevolo di quelle bocche sfatte e strillanti, di quei cappotti neri bagnati di pioggia e puzzolenti di nicotina, di quelle bestemmie ostentate a bocca piena, con il sorriso soddisfatto del bestemmiatore di professione.
Ricordo con soddisfazione le nostre uscite all’aria aperta, quando gennaio pungeva come gennaio e il cielo era grigio e opprimente. Ero come tramortito nella sciarpa che la mamma mi avvolgeva tutta intorno alla faccia e il calore di mio padre pareva passare anche attraverso gli indumenti. Camminavamo attraverso le strade buie illuminate dai fari, sfioravamo come leggere libellule i cassoni di metallo delle macchine in sosta ed entravamo nel cinema, allora l’unico cinema del paese, su in cima alla lunga salita quando la salita ricominciava a scendere, lucida di selci invernali.
Anche il cinema era intriso di fumo. L’America che ci bruciava nei polmoni aveva un so che di piacevolmente maligno. Come quella che scorreva sull’enorme schermo un po’ macchiato della sala. Guardavamo solo film western. Erano film di una qualità talmente scarsa che una volta vidi rialzarsi le comparse morte dietro il personaggio principale senza che il regista tagliasse la scena. Erano doppiati in ritardo (quando parlava la donna si sentiva la voce stentorea di un uomo e viceversa) e ogni tanto la pellicola si accartocciava, diventando una sorta di gelatina gialliccia e brulicante. Poi si sentivano delle urla di riprovazione e le luci si accendevano. C’era un uomo che girava tra le file di sedili di legno, tutti con il bravo portacenere sul bracciolo. Era un uomo odiato, perché controllava anche le coppiette che si mettevano nelle ultime file per baciarsi e che si nascondevano durante l’intervallo, quando si accendevano le luci. E mio padre aveva una giacca a quadri grossi, che gli calzava a pennello e i capelli completamente neri, pettinati con la riga e la sua faccia odorava di lozione. Quando gli sedevo vicino, dentro il cinema Modernissimo, pensavo che nel 2000 avrei avuto la sua stessa età di quel momento. Questo pensiero mi tornò in mente allo scoccare del nuovo secolo. I miei trentasei anni erano molto più bolsi e tristi dei suoi. Né io né lui avevamo realizzato i nostri sogni. Però c’è ancora tempo. Molto tempo, a giudicare dalla luce dei suoi occhi settantaquattrenni e dal modo in cui mi guarda ancora. Come se fosse l’unico a riporre qualche speranza in me.

http://sandrosountryman.wordpress.com/2011/03/26/ricordi-disordinati/


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