martedì 12 aprile 2011

"FUGA PER LA VITTORIA". Condensato dall'Autore. salvo Andrea Figura

Dopo "LA FABBRICA" ecco una 'sliding door', sul dramma dell'aborto.Sul come sarebbe finita se... Un'altra storia vera su questo dramma delle donne, sole coi loro conflitti interni, e di fronte al conflitto di chi è deputato ad aiutarle.
                                                    FUGA PER LA VITTORIA




FUGA PER LA VITTORIA
©Salvo Andrea Figura
Condensato dall’Autore-2011
Prologo
   Un vecchio film dell’’81 narra la vicenda in cui si affrontavano due squadre di calciatori formate, una da ufficiali Alleati (Americani ed Inglesi) prigionieri in un campo di concentramento tedesco in Francia e l’altra costituita dalla fortissima Nazionale Tedesca. Alla fine della partita, che avrebbe dovuto essere una sorta di propaganda per la politica del Reich, i calciatori Alleati, sostenuti e protetti dal pubblico francese che intona ‘La Marsigliese riuscirono a lasciare, liberi, lo stadio e la prigionia.
 
   In questo racconto anche quel giorno qualunque la famigerata ‘Fabbrica degli Angeliera in funzione. Mentre però nei film sui lager il segno che i forni erano in funzione era indicato dalle ‘nevicate’ di cenere sui campi, in questo metaforico film, lo si denotava dal via vai dei ferri chirurgici, dalla stanza di sterilizzazione alla Sala Parto.
   Era un giorno, come tanti altri, dedicato alle Interruzioni volontarie di gravidanza(IVG) e quella signora, con la sua camicia da notte smanicata, attendeva che iniziasse il rito di preparazione: anamnesi delle malattie o di allergie pregresse, reperimento e incannulazione di una vena periferica, posizionamento sul lettino e… ‘buonanotte ai suonatori’.
Tutto infatti si svolse come descritto. Guardai e lessi la sua cartella clinica e alla voce: gravidanze’, c’era un ‘tre’, seguito dalla dicitura ‘vivi ed in buona salute’. Alla voce ‘IVG’ c’era uno ‘zero’ e nel rigo delle motivazioni fornite per la richiesta di questa interruzione era sottolineato, come sempre : Motivi socio-economici.
Il marito era un onestissimo muratore e lei una parsimoniosissima casalinga. Erano questi i dati trascritti in cartella, gli aggettivi li trassi io.
Con un solo stipendio, per giunta molto saltuario, occorreva tirare in cinque e già non era facile. ‘Quel sesto prossimo venturo sarebbe stato davvero un bell’impiccio – pensavo tra me e me preparando l’occorrente per l’Anestesia Generale – ma a pensarci prima… beh erano fatti suoi perché anche la contraccezione era un problema non da poco. Costava e la Repubblica Italiana favoriva è vero le gravidanze, ma faceva molto poco, quasi zero, per una seria politica di prevenzione di quelle indesiderate… e anche questi non erano fatti miei… beh forse no, questi lo erano; io non ero solo un medico, ero un cittadino qualunque che avrei potuto incappare in una situazione simile… ma che facevo quel giorno, la buttavo in politica?’.
«Stringa il pugno che adesso le farò una punturina…stia tranquilla, è un pizzico di poco conto». Nemmeno mi rispose. Guardavo il suo profilo mentre trafficavo con la vena e vedevo il viso molto tirato di una bella donna, dai tratti quasi austeri. Al pizzico dell’ago che entrava in vena rispose solo stringendo i denti e smorzando sul nascere il gemito di dolore che aveva provato. «Ecco fatto – le dissi, cercando un minimo di colloquio – la sua vena è pronta, adesso metta il braccio così, lungo il fianco e stia serena. Appena sarà il momento di dormire l’avviserò io».
Rispose con un secco “Grazie”, e continuò a fissare il soffitto sopra di lei come seguisse il filo dei suoi pensieri. Era tesa come un rullante e capivo che s’infastidiva a tutto l’ambiente che la circondava, perciò evitai altre domande e mi apprestai a somministrarle l’anestetico.
L’Ostetrico sbucò da dietro il paravento con le braccia gocciolanti acqua e liquido disinfettante, infilò i guanti sterili che gli porse l’Infermiera e si apprestò a sistemare i suoi ferri.
Infissi nel gommino del deflussore l’ago della siringa marcata per la premedicazione ed iniettai lentamente.
«E’ l’anestesia, dottore?».
«Non ancora – le dissi – questa è una medicina di preparazione all’anestesia. Appena è il momento di dormire l’avviserò».
Che miracolo – pensai – ha proferito una frase completa. Ma forse è solo spaventata’.
«Sente il cuore battere forte? – ripresi io – non si spaventi se ha la sensazione del ‘cuore in gola’, è l’effetto di questo medicinale».
Cercò di dirmi qualcos’altro ma stavolta la voce non usciva dalla gola ed ebbi la sensazione di un pesce rosso in boccia.
Le chiesi se andava tutto bene ma mi rispose con un “Non so…” che non significava nulla oppure ero io che non capivo cosa avesse dentro e volesse trasmettermi. Mi giunse, lontana, la voce del Medico Ostetrico che mi diceva di essere pronto. Le Infermiere sistemarono le cosce della paziente e quando presero a passare il disinfettante, la signora ebbe un brivido di freddo e si ritrasse un po’ stimolando un poco cortese “Stia ferma! dell’infermiera. Ebbi un moto di compassione o di pena per quella donna che, capivo, elaborava dentro di sé un grande dolore. Volli ripeterle ancora:
«Come va? E’ tutto a posto?», annuì solamente con la testa e mi sussurrò quasi: «Mi addormenti per favore».

L'Ostetrico mi parve più buffo che mai perché lo vedevo adesso, come uno dei tre moschettieri, in posa, con la cannula d'aspirazione nella destra, alzata, quasi in una sorta di posizione da scherma.
«Aspetta ancora un attimo – dissi al ‘Dartagnan’ devo ancora iniettare l’analgesico».
Tolsi la siringa della premedicazione e infissi quella dell’analgesico nello stesso gommino.
«Ora sentirà la testa leggera leggera, come se fosse vuota, -aggiunsi -  socchiuda gli occhi e stia rilassata, le sto facendo un medicinale per il dolore».
Nessuna risposta anche adesso, però la vidi arrossire improvvisamente.
Il suo viso era quasi paonazzo.
Ebbi paura, pensai ad una reazione allergica, era in apnea,
«Signora che le succede?».
«Niente... niente, mi addormenti e speriamo che... che non mi sveglio...».
Non c'è frase peggiore che possa colpire un Anestesista. I più, si adombrano, diventando quasi scortesi, altri sorridono con sufficienza dicendo che sono sciocchezze, altri ancora fanno dei gesti scaramantici.
In quell'occasione capii che la Signora era in uno stato di grande prostrazione e che se avesse potuto esprimere un desiderio al ‘genio della lampada’, di certo gli avrebbe chiesto di morire.
«Allora che facciamo, ci diamo una mossa?». Mi riprese con impazienza l'amico Ostetrico.
«Si, arrivo subito, Peppe».
Presi la siringa col Tiopentone e chiesi alla donna se fosse pronta per il ‘viaggio’.
Non rispondeva, era in una sorta di catalessi, guardava il soffitto e due lacrime grosse come due chicchi di melagrana scendevano lungo il solco degli zigomi, fino alle orecchie e cadevano giù a inzuppare il cuscino.
Ebbi un attimo d’indecisione e fu così che andò la storia:
Fulminea come un felino tolse via le cosce non ancora bloccate con le cinghie, portò il braccio destro indietro e in basso a cercare un appoggio alla mano che ora stringeva rapace il bordo del lettino. Questa combinazione di gesti fece volar via il siringone che tenevo mollemente, con l'ago già infisso nel gommino e il pollice sullo stantuffo.
Restammo tutti inebetiti mentre urlava un:
«Nooo... voglio scendere... fatemi scendere, subito... ».
«Signora ma dove va, resti sdraiata... si fa male così, la prego, si lasci addormentare che finiamo subito... ». L'Ostetrico, dalla sua posizione centrale, gli occhiali completamente fuori posto per il calcione involontario preso nel dimenarsi della donna, mi strillava di iniettare, «Così si addormenta e nemmeno se ne accorge!».
Un parapiglia incredibile regnava in quella Sala; un paio di ferri caddero sul pavimento incrementando, il fracasso che già vi regnava.
Non so come ma riuscii a urlare e sovrastare tutti con un: «Fermi!». Secco, deciso, perentorio.
La donna con ancora la flebo al braccio si paralizzò, l'Ostetrico mi guardò stupito. Poche volte e mi aveva visto in quello stato, le Infermiere come al gioco dell’<uno, due, tre, stella> si bloccarono e nel silenzio surreale che seguì, ordinai: «Ascoltiamo la Signora, forse vuol dirci qualcosa».
«Scusatemi – disse piangendo, di un pianto composto e delicato – se sono ancora in tempo, mi voglio tenere il bambino... ».
“Si disse prontamente l'Ostetrico – non abbiamo fatto ancora nulla che possa nuocere al bambino e col ‘tempo unico’, lui è ancora là dentro, protetto e sereno...”.
Basito anch’io, sfilai l’ago dalla vena e applicai un cerotto medicato sulla puntura. L'infermiera mise la scalettina a due gradini per aiutare la donna a scendere dal lettino.
«Le gira la testa signora le chiesi – vuole aspettare ancora...? ».
«Grazie sto bene», rispose e con un gesto di grande pudore tirò subito giù la camicia da notte che era ancora arrotolata sui fianchi.

Inforcò le pantofole rosa, sussurrò l’accenno di un “Buongiorno e si avviò alla porta. Le facemmo ala, come gli spettatori Francesi di quel film di cui parlavo all’inizio.

Non so se noi fossimo i Francesi tifosi che la proteggevano o i nazisti aguzzini che la minacciavano.
Ognuno parlò con la propria coscienza e ognuno si diede la risposta che meritava o che voleva sentire.
Lei sparì dietro la porta e non udì ‘La Marsigliese che intonavo nella mente.
Avevamo rubato un Angelo al Padreterno ma penso che LUI fosse contento di quel ‘furto con destrezza’.

Salvo

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Devi vivere storie incredibili Salvo, non so se invidiarti o essere felice di non fare quello che fai tu. Un abbraccio, Salvatore

salvo ha detto...

Grazie SaLVATORE,
sei sempre molto caro.

BENVENUTO
....a te lettore che passi, ricorda che le parole resteranno e ti sopravviveranno, perciò pesale.