venerdì 1 aprile 2011

"LA FABBRICA" condensato di Salvo Andrea Figura

                                                                                  LA FABBRICA
©Salvo Andrea Figura
Condensato dall’Autore


La legge della Repubblica Italiana N° 194 del 22 Maggio 1978 tutela la gravidanza ma nel contempo, tutela anche la libera scelta della donna di interromperla entro i primi novanta giorni. In casi particolari in cui si prevedano dei danni all’integrità psicofisica della donna, derivanti da accertate malformazioni del feto o da fattori inerenti alla gravidanza stessa, è consentita l’interruzione volontaria della gravidanza (IVG) oltre i novanta giorni. L’articolo 5 inoltre chiarisce che la richiesta di IVG sia motivata ‘ <dallincidenza delle condizioni socioeconomiche o familiari sulla salute della gestante>’ ed impone ai medici di esaminare con la donna e con il padre del concepito, <ove la donna lo consenta… omissis… le possibili soluzioni dei problemi proposti, di aiutarla a rimuovere le cause che potrebbero portare all’IVG… omissis>.

Così dopo il 1978 anche il mio Ospedale si era attrezzato per applicare questa legge della Repubblica Italiana.
C'erano allora in Ospedale ben tre Reparti di Ostetricia con tre rispettivi Primari. Un quarto Reparto, con un altro Primario, si trovava nell’altro Ospedale, distante 3 Km, e serviva il nucleo più antico, storico e ricco di tradizioni millenarie2 di questa città. Ognuno dei tre Primari adottava una tecnica differente per eseguire l’IVG. C’era il ‘tempo unico’ con aspirazione, il ‘tempo doppio’ con dilatazione meccanica del collo dell'utero e che portava all'aborto e c'era la ‘tecnica delle Prostaglandine’ che provocavano la morte intrauterina dell'embrione con meccanismo farmacologico e successiva ‘revisione uterina’.
Mi rendo conto di entrare in un settore abbastanza tecnico del tema e, credo anche, delicato e scabroso, ma nasconderne le tecniche non serve a eludere il problema. Semmai queste spiegazioni, se date a dovere e con correttezza (come dovrebbe esser fatto), potrebbero a volte, essere un deterrente per quei casi di 'dubbio problema socio-economico’. Al pari delle campagne antifumo o antidroga, così pubblicizzate e giustamente diffuse. Ma, si sa, ‘Non est qui non oritur’! Qualcuno fa dire a S.Agostino per giustificare certe scelte.

Quel giorno, un Mercoledì di un mese qualunque, mi apprestavo a dare il mio contributo alla esecuzione di quella decina di IVG programmate per quella mattina.
La ‘Fabbrica degli Angeli’, come chiamavo io quella catena di montaggio di vite interrotte, apriva i suoi cancelli agli operai anche quel giorno. Niente scioperi, niente assemblee sindacali, niente manifestazioni. La Legge 194 della Repubblica Italiana giudicava quel tipo di intervento urgente ed indifferibile (per fortuna!) e una volta che l'autorizzazione alla ‘produzione4 era stata data, occorreva procedere. Una cosa mi colpì subito quando raggiunsi il corridoio d'accesso alla Sala Parto: la vista di un ragazzo di circa sedici anni che piangeva compostamente in un angolo farfugliando delle parole rese incomprensibili dal pianto.
Poco distante da lui, una coppia di quarantenni stava in piedi, immobile, appena al di qua della porta d'accesso alla Sala Parto. Ogni tanto lanciava un’occhiata al ragazzo che piangeva, ma nessuno dei tre, la coppia e il ragazzo, accennava a un gesto che indicasse un tentativo di dialogo o di interesse.
La scena mi colpì perchè erano gli unici attori presenti nel corridoio.
Tutte le gestanti erano infatti nelle loro stanze, singole o doppie, in attesa del loro turno.

Entrai in Sala Parto accompagnato dal mio fido Infermiere di Anestesia e mi trovai davanti ad una seconda scena di pianto, questa volta disperato e singhiozzante.
Una ragazza, di cui non conoscevo ancora l’età, era già distesa sul lettino da parto, in attesa di essere preparata per l’Anestesia e la successiva IVG con la tecnica di aspirazione. L'Ostetrica preparava i ferri; dilatatori, cucchiai e curette. I tamponi erano poggiati di lato sul tavolo servente. Il loro impiego sarebbe stato l'ultimo atto della procedura. Dentro una tazza metallica la scura tintura di iodio oscillava ancora, segno che il tavolo servente era stato da poco posto in posizione.
Il medico Ostetrico, davanti al lavabo posto in fondo alla sala, finiva le sue abluzioni.

Mi accostai alla ragazza, le poggiai una mano sul braccio destro, già denudato in attesa dell'ago della flebo e le chiesi: “Hai tanta paura che piangi? Stai tranquilla, non ti farò sentire alcun dolore, tra un attimo ti addormento ed al risveglio sarà tutto finito, non ti accorgerai di nulla”.
Non è per questo che piango, dottore, cercò di dirmi tra un singulto e l’altro, mentre con una mano raccoglievo la sua cartella clinica posata lì accanto.
Lessi il nome della ragazza e l'età: quattordici anni, ma ancora non capivo quale fosse il suo dramma. Pensavo, ‘Al solito; ha fatto sesso col suo ragazzo, senza precauzioni, c’è rimasta, vuole interrompere ed ora ha paura dell’Anestesia e di tutto il resto. Magari i suoi non sanno nulla, come m’era accaduto altre volte, e avrà detto che andava a scuola o a casa di un'amica ed invece è qua. Poi la guardai meglio, aveva il labbro inferiore gonfio, con un’ecchimosi in corrispondenza degli incisivi ed uno zigomo, subito sotto l'occhio, di un ‘bel’ colorito bluastro: ‘quella ragazza era stata picchiata’, pensai.
 Ma chi ti ha conciato così? le chiesi – dimmi la verità – continuai quasi bisbigliandole all'orecchio – hai subito violenza? Puoi dirmelo senza paura perché se è così, possiamo fermare tutto e denunziare chi ti ha fatto questo e se vuoi puoi tenere il bambino”. A queste parole la ragazzina, perché mi rendevo conto che avevo davanti poco più che una bambina, scoppiò in un pianto ancora più irrefrenabile.
Dottore io quel bambino lo volevo, ed anche il mio ragazzo lo voleva...”.
Ma come… lo volevi...? Cosa vuoi dire? Se lo volevi perché adesso stai piangendo e soprattutto stai per interromperne la vita?”.
Ma perché, dottore, il bambino è vivo? Voglio dire, è già un essere vivente?”. Mi fece tanta tenerezza la sua ingenuità. Le risposi:
 Tesoro, non si chiama bambino, si chiama feto o embrione, ma questo non vuol dire che non sia vivo, è un inizio di vita, è un essere umano che sta per iniziare il suo percorso e tu, purtroppo stai per interromperlo…”.
Mi rispose che era stata una disattenzione, quella volta il… rapporto interrotto… non aveva funzionato, ma loro si amavano, lei era innamoratissima di lui e viceversa.
Il dramma era iniziato quando lei aveva dovuto raccontare alla sua mamma del ritardo della prima settimana. Già a quel punto era volato il primo ceffone. Gli altri erano arrivati quando dalla Farmacia era giunto il kit per eseguire il test di gravidanza e l’esito, purtroppo, era stato positivo.
La catastrofe infine si era completata al momento di informare il padre-padrone della gravidanza in atto. Parolacce, insulti e ceffoni si erano alternati per tutta la giornata. Telefonate e minacce al suo ‘fidanzatino’, ipotesi di spedizioni punitive da parte dei fratelli di lei, avevano condito quel dramma familiare. Poi finalmente la quiete dopo la tempesta.
Dissi a mio padre che io e Paolo volevamo tenerci il bambino e che ci saremmo sposati quanto prima – continuò la ragazza tra una singhiozzo e l’altro – ma  lui non ne volle sapere. Mi disse che lo scandalo sarebbe stato troppo grande e così mi obbligò a fare ‘questa… schifezza…’, in questa città. Ha fatto sapere in giro che partivamo per una vacanza, ha sbrigato iddu tutti cosi. Io per fortuna sono riuscita ad avvisare al mio ragazzo, ce l’ho detto che venivamo qui e ora è là fuori che piange, mischinu, ma non può fare nenti, la legge è dalla parte di mio padre5”. Lo ammetto, forse fummo tutti degli ignavi in quel frangente, l’ostetrico, il medico del consultorio, io stesso.
Commiserammo i genitori di quella ragazza, ci impietosimmo per l’accaduto ma non avemmo il coraggio di opporci a quella volontà prevaricatrice del padre di lei e così tutti insieme assistemmo e contribuimmo a quella catastrofe morale.
Appena il collega Ostetrico mi diede il via, iniettai il Tiopentone. Un sonno dolce e calmo si impossessò della ragazza…
Dormi piccola – bisbigliai più a me che a lei – un altro angioletto uscirà oggi da questa Fabbrica. Dormi, al risveglio crederai di aver avuto un incubo; purtroppo quello vero verrà dopo. Vorrei tanto che fosse come nei sogni, appena ti svegli finisce l’orrore. Qui funziona al contrario.

Ero rimasto scosso da quegli avvenimenti e chiesi a tutti dieci minuti di tregua. Avevo bisogno di fumare (allora lo facevo) e così mi avviai verso un terrazzino adatto allo scopo. Uscito che fui dalla Sala Parto incrociai per primo lo sguardo del ragazzo. Non piangeva più ma gli leggevo negli occhi fierezza e odio. Mi stava dando del ‘bastardo’ ne sono certo. A me ed a tutti i sanitari presenti quel giorno. Poi mi si parò davanti con un’espressione ebete il padre della ragazza. Aveva di proposito lasciato la moglie tre passi indietro, ‘cose di masculi di certo le aveva detto. Le mani in tasca, sprofondate fino al cavallo, un atteggiamento da ‘quasi-boss’… “Dottore mi deve scusare – cercava di leggere il mio nome sul badge che portavo, come tutti, sul taschino del camice – mi deve scusare se la distubbo… ma… ammentri6, cchiffà, si vedeva se… era masculiddu7?”.

La specie Umana, è noto, si differenzia dagli altri animali perché possiede il dono della razionalità. Può agire, dunque, se vuole, con raziocinio o con istinto. Il mio lavoro mi ha insegnato in tutti questi anni, ad agire con raziocinio e con calma, usando tutte le doti che differenziano l’uomo dagli animali delle foreste o delle savane ma GIURO, avrei voluto non farlo. Avrei voluto urlare in faccia a quell’essere eretto, ma solo di postura, che SI, era un maschietto e che lui con quel suo maschilismo antidiluviano, s’era persa un’occasione per vedere perpetuare il suo DNA in quello del futuro nipotino che giaceva ormai in un sacco dei rifiuti speciali. Avrei voluto urlargli che quelle botte avevano fatto molto meno male a sua figlia delle bastonate infertele all’anima. Tante altre cose irripetibili avrei voluto urlare a quell’uomo. Poi pensai a uno dei tanti sistemi per dominare la rabbia: contare fino a cento, respirare a lungo, cantare. ‘Si Salvo, canta che ti passa – pensai – canta dentro di te e passerà la rabbia’.
Pensai a mille canzoni in un attimo e il mio silenzio dovette sembrare all’uomo che avevo di fronte, quello di un idiota che non ha capito la domanda. Avevo capito bene e l’unica canzone che mi venne in mente non dipanò la mia rabbia… <Son morto, ch’ero bambino, son morto, con altri cento, passato, per un camino, e adesso siamo nel vento…>’. <Auschwitz, Equipe 84>

Salvo



2              Erano i tempi delle ‘vacche grasse’ quando questa città poteva permettersi doppioni o triplicature di una stessa specialità.
4              Mi scuso col lettore per l'uso continuo del virgolettato ma questo racconto lo esige per il gran numero di metafore e per la scabrosità dell'argomento che comporta l'uso a volte smodato di tale punteggiatura.
5              In realtà la legge impediva alle minori di 16 anni di tenere il bambino perché giuridicamente inidonee, ma i genitori di lei o di lui avrebbero potuto averne la custodia e l’affidamento fino al 16° anno di età della madre, invece ingannarono la ragazza anche in ciò.
6              Ammentri; locuzione tipicamente siciliana, lett. ...nel frattempo, per inciso, di sfuggita. Indica un’incidentalità del discorso, quasi che il richiedente lo chieda di sfuggita, senza volerlo. Insomma chi la usa si tira fuori dagli atti cui fa riferimento.
7              Si vedeva se era un maschietto?

5 commenti:

Anonimo ha detto...

Eccezionale e commovente eppure ti riempie di rabbia contro l'ipocrisia, contro le leggi ingiuste, contro una certa morale che morale non è.
Natale.

salvo ha detto...

Grazie Natale, nei prossimi giorni posterò un altro racconto sullo stesso tema.

Chiara ha detto...

Era tempo, almeno per me, che qualcuno scrivesse una storia così. La fiction ormai ci ha abituati a donne che nella strada verso l'IVG incontrano decine di persone che cercano di convincerle a non abortire, preti che parlano di sacralità della vita, genitori che «ce la faremo cara», amiche che cercano di convincerle a tenerlo, ecc. ecc.
Quando invece la realtà è molto più simile a questa, non solo per le ragazzine, e i consigli del tipo «come puoi fare a tenerlo?» fioccano da tutte le parti.
Col risultato che nell'immaginario collettivo le donne che abortiscono sono frivole, egoiste e superficiali, mentre nella realtà c'è un intero mondo a spingerle a farlo e pochissimi disposti ad aiutarle nella scelta contraria.

salvo ha detto...

Grazie Chiara per il tuo commento. A mio avveiso però la 194 andrebbe rivista Le moderne tecniche di diagnosi precoce di gravidanza sono in grado di individuare una gravidanza già alla prima settimana di "mancanza", dunjque alla 6a settimana di gestazione. Perchè allora asèpettare 12 settimane e lasciare che il feto cresca e formi un suo SNC? Nessuno ancora ci può dire se sentono dolore o sentimenti di terrore o piacere. E allora finiamola con "LA 194 NON SI TOCCA, SENZA SE E SENZA MA". Se è migliorabile, e lo è, operchè non farlo? E perchè non richiedere anche il parere del partner maschio? O lui non ci ha mkesso nulla di suo?
Salvo

salvo ha detto...

Grazie anche a Monica Valentini che mi ha onorato di una bellissima e "secca" recensione sul suo sito.

BENVENUTO
....a te lettore che passi, ricorda che le parole resteranno e ti sopravviveranno, perciò pesale.