sabato 4 giugno 2011

FANTASCIENZA PER SALVO: "Va' Pensiero..."

Da un'idea di Natale(Lino): Fornire un incipit, ho "creato" questo racconto cui sono molto legato. Leggetelo, è bello.



     "Dalla terrazza della masseria si vedeva in lontananza lo specchio azzurrino del laghetto che il ruscello proveniente dalla collina formava nella valle prima di riprendere la sua corsa verso il mare invisibile, ed anche il boschetto di betulle nane che rivestivano d’argento in perenne movimento i contrafforti dei monti lontani. E dalla stessa terrazza ora Pepe, nel suo ozio forzato quotidiano dovuto all’infermità che l’aveva privato dell’uso delle gambe, volgeva lo sguardo all’intorno ammirando la bellezza della natura e soffrendo per non potercisi immergere e scorrazzare come i suoi amichetti più fortunati delle case vicine.
Pepe era un vispo giovinetto di dieci anni che la poliomielite aveva costretto su una sedia a rotelle, quando stava sulla terrazza, e a letto quando la mamma decideva che doveva starci. Aveva fatto da poco una scoperta importante, che non aveva comunicato a nessuno: riusciva a captare ‘qualcosa’ dei pensieri degli amici ed anche di sua madre e sapeva esattamente quando stavano per venire a trovarlo o quando avrebbero fatto qualcos’altro.
Inizialmente si era spaventato ma ora ci aveva fatto l’abitudine, anzi gli piaceva. Quel pomeriggio assolato, sulla terrazza dal lato delle betulle, un pensiero anodino, fisso e ripetitivo gli si era manifestato in mente: “Stiamo venendo..., stiamo venendo..., tra poco tempo saremo qua...”. “Mamma, – chiamò esitante – credi che vengano a prendermi...?”.


VA, PENSIERO
  © Salvo Andrea Figura – 2010


Vignaledda non era sul mare ma si poteva toccarlo ugualmente al tramonto, quando il sole, con un’incredibile magia, lo ingrandiva al punto da farlo arrivare fin sul poggio. Dodici chilometri che il mare compiva di corsa e col fiato grosso per non deludere Peppe, occhialuto ragazzo di nove anni, ‘gambe molli’ per la polio e cervello fino da 10 e lode.
Vignaledda era in collina e produceva vino ed olio e carrube da secoli, innaffiato solo con sudore e lacrime. L’acqua, già avara, giungeva a terra, dalle nuvole, ch’era ormai vapore. Anche d’inverno.
A Vignaledda Pippinu, Turiddu, Salvatore e Teresa scrutavano i grossi grappoli d’uva ripieni del succo delle promesse d’un ‘Dio della Terra’ benigno ma esigente. Nulla regalava quel Dio, nulla elargiva ma tutto concedeva in cambio di fatica e sospiri.
A Vignaledda era sempre Venerdì di Passione ma la Domenica giungeva allegra col suono delle campane della ‘marina’, portato dal vento. Dodici chilometri che il vento faceva di corsa e col fiato grosso per non deludere Peppe, occhialuto di nove anni, con le ‘gambe molli’ per la polio.
A Vignaledda il buio della sera giungeva di colpo appena scomparso il sole e subito la campagna si punteggiava di mille lucciole e lumi a petrolio e di quelle strane luci blu che solo Peppe vedeva. “Mamma ti giuro che le ho viste anche stasera le luci blu. Erano dodici e mi parlavano di un mondo lontano dove i ragazzi come me sono sanati e buttano a mare questa sedia a rotelle. Quelle luci vengono dalla luna quando è solo uno spicchio, ballano un poco nel cielo, come la neve quando non si decide a posarsi e poi mi vengono vicino, si fermano e mi parlano. Ma … non hanno la bocca … e nemmeno gli occhi … però parlano”. “Sebastiano, quanta fantasia ha tuo figlio. Dovresti smettere di raccontargli tutte quelle favole, tu e mio fratello Pippinu. Vedi poi come si comporta?”. Mamma Teresa faceva questi piccoli rimbrotti sempre con il suo eterno sorriso sulle labbra ma suscitava inevitabilmente le proteste di Peppe che dava due forti colpi alle grandi ruote della sua sedia-prigione e tornava nella terrazza della masseria ad osservare il cielo o lo sbrilluccichio della luna sul laghetto. Il boschetto di betulle coi suoi rumori della notte faceva volare il suo pensiero lontano e spesso si univa al pensiero proveniente dalle luci blu che finora gli avevano solo ‘parlato’ come diceva lui, da mente a mente. Gli dicevano che sarebbero tornati presto e che questa volta avrebbero portato regali e dolciumi ed una cosa meravigliosa che avrebbe salvato e sanato lui ed il mondo, come i ragazzi del mondo da cui venivano … poi, come tutte le sere giungeva puntuale il grammofono a tromba di zio Pippinu e quell’incanto, quella magia si dileguava come un gatto selvatico che, vistosi scoperto, vada per frasche e per rovi a nascondersi all’uomo.
<Va, pensiero, sull’ali dorate; va, ti posa sui clivi, sui colli … oh mia Patria si bella e perduta …>, il coro del Nabucco precedeva la voce impostata di zio Pippinu ed il piccolo Peppe si turava le orecchie. Non per la lirica, che amava, ma per quella specie di controcanto dello zio che rovinava il ‘bel canto ’. Era quella un’altra delle scuse che portava Peppe a rifugiarsi nella terrazza della masseria e lì ascoltava i pensieri delle luci blu.
La prima volta era successo due anni prima. Aveva sette anni appena compiuti, era una serata limpida di maggio, forse, non ricordava bene. Le luci giunsero appena lo spicchio della luna si sollevò dal laghetto e andò ad impigliarsi tra i rami delle betulle. Centinaia di lucine piccole piccole blu, di un blu intenso parvero scendere da quello spicchio di luna. O forse si alzavano dall’acqua calma del lago, Peppe non seppe distinguere bene la loro provenienza ma ricordava che si avvicinavano a lui e lo osservavano, o così a lui pareva avvenisse. Quasi che avessero una faccia, degli occhi, un naso, una bocca. Rimasero sospese davanti ai suoi occhi e poi … iniziò il dialogo. In principio ebbe un po’ timore. Vignaledda era un posto tranquillo, gli unici rumori della sera erano quelli del bosco; un gufo, un gatto, tanti cani, una civetta, lo squittire dei topi e quel dolce stormire delle foglie dei pioppi e delle betulle. L’arrivo delle luci, anche se silenzioso, provocava però un gran trambusto nel suo cuore e Peppe aveva la sensazione che fossero suoni e rumori provenienti da fuori. Si accorse poi, man mano che le luci si avvicinavano, che non facevano alcun suono , né di passi, né di ‘ferro’, nulla che assomigliasse alle cose ed ai rumori che lui conosceva già. Percepiva però nella sua testa il ‘suono’ di qualcuno che veniva vicino, come quando il papà o zio Pippinu giungevano dai campi con gli scarponi pieni di terra attaccata alle suole e questo lo tranquillizzò.
Perché venite da me cosa volete, belle lucette”. Era così che ogni volta si ripeteva il rito delle luci blu e di Peppe. Loro arrivavano e trasmettevano al ragazzo i loro pensieri e questi, senza alcuna paura, rispondeva loro. Dapprima con la voce e dopo con la mente. La cosa più strana però, e Peppe se ne rese conto quasi subito, era che subito dopo la partenza delle luci, riusciva a leggere i pensieri della mamma, del papà di zio Pippinu, di zio Salvatore ed anche se loro non riuscivano a leggere i suoi, tuttavia capiva, Peppe, che prima o poi sarebbero stati capaci di leggere in lui.
Veniamo da te, caro ragazzo – rispondevano le luci blu – perché tu sei il nostro migliore … figlio. Tu sei il figlio delle stelle, quello che porterà la sapienza nel mondo. La nostra sapienza, quella che ci ha permesso di essere chi siamo e di giungere fino a te. La tua malattia, non è tale. E’ un male necessario, perché senza di lei non potremmo comunicare col tuo mondo”.
Peppe cercava di afferrare il significato di tutte le cose che loro gli dicevano , anche se qualche parola gli sfuggiva. Si rendeva conto però di essere un prescelto, un ragazzo speciale e fortunato se quelle lucine venivano solo da lui e da nessun altro. Un giorno chiese loro il significato di quelle parole <La tua malattia non è tale … è un male necessario>. ‘Cosa significa – pensava – che senza la mia prigione a rotelle, non avrei potuto vedere le lucine blu? Ma a me delle luci non importa niente. Io non voglio questa prigione. Io voglio correre come fa Nicola, come Natale,come Salvuccio’. Quasi le avesse evocate, la stessa sera le luci tornarono. Stavolta una delle dodici era più grande delle altre ed il suo colore s’era fatto più intenso. “Eccoci Peppe. Cosa sono questi pensieri tristi che passano nella tua mente? Ricordi cosa ti dicemmo la prima volta? Che ti avremmo portato doni speciali ma il prezzo da pagare era quella che tu credi una malattia, la tua paralisi, la tua prigione. Per diventare un figlio delle stelle occorre passare da questo tormento. Alla fine però vedrai e sperimenterai cose che i tuoi simili, i bambini tuoi amici, non vivranno mai”.
Vignaledda era placida quella sera, l’aria <tersa e ghiaccia come un bicchiere di vetro>1, il mare lontano rifletteva la luna, e loro, le luci, erano discese o salite, Peppe continuava a non capire, in fila indiana, lente, silenziose, rassicuranti. Sembrava proprio la sera in cui tutto si sarebbe rivelato a tutti. La sera in cui i segreti del mondo e dell’Universo sarebbero stati finalmente sussurrati alle orecchie ed alle menti di chi capiva.
Peppe guardò quelle luci come fosse la prima volta; e lo era perché adesso la più grande e luminosa faceva protrudere dal suo interno, una specie di ramo con foglie e gemme. Si arrestò a pochi centimetri dalla sua mano ed attese. “E cosa mi avete portato stasera? I giocattoli ed i dolciumi o ancora parole che io stento a comprendere bene?”. “L’una e l’altra cosa –rispose la voce mentale dietro al ramo – ti spiegheremo finalmente quello che non hai capito sinora e dopo sarai tu a far da maestro agli altri uomini. Verrà un giorno che nel mondo ci sarà uno Scriba2, un ragazzo poco più grande di te che insegnerà agli uomini le cose perdute dopo la grande catastrofe. Tu sarai il trisavolo di quel ragazzo. Ecco perché è bene che tu capisca come funziona tutto. Dalla tua malattia ai pensieri che ti trasmettiamo, alle notti di luna, al laghetto al colore delle nostre luci. Tutto ti sveleremo questa sera ed in un modo che non dimenticherai più”. La mamma di Peppe iniziò a chiamarlo proprio in quel momento. Proprio nel momento in cui Peppe era assorto ed estraniato dal mondo per disporsi ad imparare quanto gli stavano per dire. Rispose mentalmente “Sono qui in terrazza, arrivo subito, mamma ,”. E la mamma, convinta d’aver sentito il suo ragazzo risponderle a voce piena, si chetò e rimase ad aspettare. Accanto al ramo con foglie e gemme, si accese un’altra lucina blu. Aveva l’aspetto d’una donna ma una donna strana con mezza testa bionda e l’altra metà bruna. Metà vestito lungo e l’altra metà più corto. Quasi fosse una bambola rattoppata male. Aveva in mano un libro, piccolo, con la copertina di madreperla. Peppe, nonostante i suoi dieci anni, non si scompose, guardò quella figura accanto a sé, di fronte: “Chi sei tu? Sei la mammina di quei ragazzi del tuo mondo? Quelli sanati che hanno buttato a mare la loro sedia a rotelle? E cosa significa la parola …<crartrastrofe> - Peppe quasi la urlò, quella parola sconclusionata, per farla percepire meglio alla donna – che mi avete detto ieri?”. La donna, quella che pareva essere una donna, sorrise : “Catastrofe, Peppe, si dice catastrofe. Vedi Peppe, tu ancora non puoi capire molte delle cose che ti raccontiamo. Sei ancora un bambino. Noi te le narriamo e te le spieghiamo lo stesso, perché le nostre parole, come dei piccoli semi, cresceranno nella tua anima, nella tua mente. E da grande, di colpo, capirai tutto. Verrà un giorno, ancora lontano nel tempo, in cui il mondo che adesso conosci non esisterà più. Verranno degli uomini cattivi dalle stelle e porteranno con loro morte, paura, distruzione. Tutti i libri saranno bruciati e con loro anche le persone scoperte a leggere. Quando accadrà tutto ciò tu sarai molto vecchio, troppo vecchio per difenderti con le armi o anche con le sole mani. Non temere però, avrai con te un’arma più forte di mille fucili, di mille bombe di mille cannoni. Saranno le parole che avrai insegnato ai tuoi figli ed ai figli dei tuoi figli, fino a quel giorno. Neppure noi ci saremo più quando avverrà tutto ciò. Noi saremo nel nostro mondo e nel nostro tempo e non potremo interferire. Ma quel ragazzo che t’ho detto prima, lo Scriba, figlio dei figli dei tuoi figli insegnerà la musica dei numeri ed il tuono delle parole a tutto il mondo ed allora ci sarà ancora una via di salvezza, da quei lupi3.
Peppe rimase fermo, senza fiato, senza batter ciglio. Aveva capito tutto. Tutte quelle parole che sarebbero parse strane, incomprensibili a qualunque ragazzo della sua età, di colpo si schiarirono nella sua mente. Come la luce del giorno che arriva all’improvviso quando un attimo prima è ancora notte. Si rese conto che quella donna, quel ramo con le gemme, quelle lucine, venivano da un mondo ed un tempo lontanissimi ma allo stesso tempo vicini … quasi come le betulle ed il laghetto. Capì che un giorno, da grande, lui, ma soprattutto i figli dei suoi pronipoti avrebbero salvato il mondo dalla furia di un male che stava per nascere o che forse era nato già da milioni di anni ma che adesso stava nascosto, in agguato come un animale cattivo, una belva sanguinaria. Finalmente si rese conto che la sua ‘paralisi infantile’, come chiamavano la poliomielite in paese, era l’unico mezzo per comunicare con quelle … persone … Ecco, l’unica cosa che Peppe ancora non capiva era, chi fossero ‘loro’, che adesso partivano veloci verso la luna.
Di colpo un fruscio di vento lo destò da quella trance in cui sembrava essere caduto. Si guardò bene, vide le sue gambe ‘molli’, toccò i suoi spessi occhiali, guardò ancora lo spicchio di luna che cercava di districarsi tra i rami delle betulle e si ricordò di essere Peppe Monello, il ragazzo occhialuto di quasi dieci anni, con le gambe molli per la polio. Mare e vento e rintocchi di campane facevano a gara per raggiungerlo sul poggio di Vignaledda e fargli compagnia. Poi non ricordò più nulla, delle lucine blu, della donna-bambola, del ramo con le gemme; del futuro. Diede due forti colpi alle ruote della sua sedia prigione e raggiunse la mamma giù in cucina. Zio Pippinu stava già armeggiando sul suo grammofono a tromba < Va, pensiero, sull’ali dorate; va, ti posa sui clivi, sui colli … oh mia Patria si bella e perduta …>, ‘Ecco – pensò Peppe – adesso inizia il mio tormento, zio Pippinu che canta>.
Mamma Teresa, come ogni sera stava finendo di cuocere le verdure dell’orto, papà si attardava nella legnaia, le altre donne della casa erano giunte all’ultima posta di Rosario, Gesù all’orto, e lui, Peppe ebbe un piccolo ‘singhiozzo’ di un ricordo. Non capiva cosa fosse ma chiese alla mamma : “Mamma, – disse esitante – credi che vengano a prendermi...?”.
Salvo Figura


1 Versi di Sandro Amici. “Dimentichi dell’insana follia”
2Lo Scriba” di Natale Figura. Racconto inserito nell’Antologia “La Sfida”, www.lulu.com
3Rakkusa” di Salvo Andrea Figura. Racconto inserito nell’Antologia “La Sfida”, www.lulu.com

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BENVENUTO
....a te lettore che passi, ricorda che le parole resteranno e ti sopravviveranno, perciò pesale.