mercoledì 13 luglio 2011

TURUZZU - Totò Regina - Cap.2




                        TURUZZU - Totò Regina
di Natale Figura

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Salvatore Regina detto Turuzzu, non partecipava mai alle processioni, anche se di tanto in tanto il Parroco l’aveva chiamato espressamente per coinvolgerlo. Ma lui e l’acqua santa avevano avuto a che dire nel suo ancor breve passato, perciò...

Turuzzu, che molti per brevità chiamavano anche Totò, era un robusto ragazzo siciliano di quattordici anni ‘cuscienziusu’ e ‘spertu’. Che vuol dire affidabile e ‘in gamba’.
Non aveva mai conosciuto padre e madre ed era stato allevato in un Convento, vicino a Ispica, di Suore della “Maria Regina Martirum” le quali accoglievano bambini abbandonati alla nascita, come lo era lui, imponendo loro il cognome Regina o Diddìo.
Lì, l’aveva lasciato la sua madre bambina per evitare la vergogna in paese (‘sa unni’era uora ssa buttana’ pensava talvolta con rabbia repressa) e lì gli avevano insegnato a leggere e scrivere e dire le preghiere e lo avevano bacchettato crudelmente sulle gambe quando faceva i capricci, cosa che succedeva spesso.
Da lì era scappato quando aveva compiuto i dodici anni e ora viveva da solo, a più di cento chilometri di distanza, in una catapecchia costruita con pietre bianche, quelle pietre che emergono dal terreno tutte le volte che l’aratro tirato dai muli scava solchi sempre più profondi e che devono essere tolte di mezzo prima della semina, utilizzate quindi per innalzare i muretti di confine tra le proprietà.
La sua ‘casa’, se così si può chiamare una rozza costruzione quadrata monostanza con un tetto sbieco di canne ricoperte di frasche impastate col fango, l’aveva costruita, con l’aiuto dell’amico pecoraio Santino Trizza, all’incrocio di due muretti di pietra che delimitavano le proprietà contigue del Nobile Sipione e del Barone Moncada.
Lo spazio gli era stato concesso con l’accordo che in qualunque momento fosse aggradato a quei Signorotti se ne sarebbe andato a vivere altrove.
Ma dove poter andare in quella infausta eventualità, proprio non se l’immaginava.
Qui lui stava bene, aveva l’acqua del rigagnolo a due passi per bere e anche per lavarsi (ogni tanto, ma non troppo spesso, s’intende) e un posto speciale, dietro i cespugli di rosmarino selvatico e le fucupale natalisi, dove defecare. Per pulirsi bastava un pezzo di giornale o, in emergenza, anche un ciuffo d’erba. Non si formalizzava affatto.

Talvolta Turuzzu-Totò raccoglieva, non visto, bracciate di spighe sfuggite ai mietitori o raccioppa d’uva da tavola o da mosto, rimasti sulle viti dopo la vendemmia, o frutta e ortaggi dello ‘zio’ (fedele al detto che ‘quando non c’è lui ci sono io’).
Talaltra sfoltiva qua e là aranci e limoni, miennoli e ulivi, badando bene a non fare preferenze tra i Sipione e i Moncada, ma rubacchiando i frutti in maniera equilibrata ad ambedue i nobili. ‘Accussì nun s’avienu a sciarriare’ , pensava.
E poi portava quei frutti al mercato da Jatinu, il verduriere, che gli elargiva sempre qualche spicciolo per tirare a campare.

Di giorno, svolgeva piccoli servizi per i due nobili: ora aiutava a scacchiare le viti o i pomodori; ora aiutava a sarchiare il terreno e a raccogliere le pietre che poi poneva in cima ai muretti innalzandone l’altezza; ora assucutava a colpi di cuticcie, con mira micidiale, le pecore di Santino che invadevano i campi coltivati a ortaggi e pomodori, ricevendone in cambio insulti e minacce, per la verità mai attuate.
Santino gli voleva bene come a un figlio, e poi Turuzzu gli leggeva le notizie del giornale che prendeva alla parrocchia, perché lui, il pastore, era analfabeta totale.
Di notte, vegliava affinché altri, estranei, non arrubbassero dai campi dei suoi benefattori, dove solo lui si sentiva autorizzato a prelevare, per la sua propria sopravvivenza.

E così aveva trascorso più di due anni della sua esistenza, dalla sua ‘fuitina’ dal convento alla ricerca della libertà. Si era talmente abituato al suo modo di vivere che non avrebbe saputo come fare altrimenti.

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