lunedì 15 agosto 2011

Segue "A cumannata" - TURUZZU, Totò Regina.

TURUZZU - Totò Regina
segue "A cumannata" stralcio capp. 12-13
Natale Figura


...Alla stazione di Messina il mezzogiorno era scoccato da poco e Turuzzu si appartò in una sala d’aspetto polverosa, tirò fuori da una tasca del giaccone un grosso pezzo di pane e un altrettanto grosso pezzo di cacio ragusano stagionato e a morsi cominciò il suo pasto. Avrebbe preso dopo una delle navi traghetto che facevano la spola con Villa san Giovanni o con Reggio Calabria.
Meglio depistare eventuali ricerche delle forze dell’ordine, si disse. Sarebbe salito sul traghetto delle FF.SS. diretto a Villa San Giovanni e lì avrebbe preso l’accelerato per Reggio Calabria... tutto calcolato.
Pochi altri morsi e pane e formaggio erano spariti nel suo stomaco, una sorsata d’acqua della fontanella completò l’opera. Ora si sentiva pronto a proseguire il viaggio per portare a termine la cumannata. A Reggio sarebbe arrivato in serata, proprio come aveva programmato... la sera l’avrebbe aiutato a confondersi con le ombre e questo gli faceva comodo per poter eseguire il suo compito senza rischiare di compromettersi.
Gli era stato detto da Peppe che il suo bersaglio viveva con la sua famiglia a due passi dalla chiesa di Santa Teresa, in una casetta a due piani, ben messa, di sua proprietà (’ssa quanto avìa arrubbatu ssu guardia raa Finanza’ pensava Turuzzu, pur senza invidia). Gli sembrava che la sera fosse il momento opportuno e non disperava di trovarlo appunto mentre rincasava dal suo ufficetto della Capitaneria di Porto.

Il treno proveniente da Palermo e diretto a Milano entrava a passo d’uomo nell’antro della grande nave traghetto delle Ferrovie dello Stato e ne usciva, sistemando al meglio i vagoni all’interno. Pareva il palo infuocato di Ulisse e dei suoi compagni che s’infiggeva nell’unica orbita del Ciclope Polifemo.
L’aveva imparata dalle Suore quella antica leggenda e aveva sempre pensato che lui, se fosse stato nei panni di Polifemo, avrebbe mangiato per primo Ulisse, il più furbo degli Itacesi.
Lo sferragliare delle ruote d’acciaio sui binari copriva il sordo brontolio dei motori della grande nave, pronta ad affrontare i marosi. Oggi si sarebbe ballato un po’ attraversando lo Stretto.
Turuzzu salì a bordo, la traghettata era compresa nel biglietto ferroviario per Reggio, anche se l’imprevista deviazione per Villa San Giovanni avrebbe dovuto comportargli un lieve incremento del costo del biglietto. Ma, come al solito, nessun Controllore gli aveva chiesto niente, vuoi per fortuna e vuoi per un sentore di pericolo che emanava dalla sua persona e sconsigliava il personale ferroviario ad avvicinarlo. In effetti era così anche coi ‘civili’ al suo Paese, sebbene lui stesso non se ne rendesse conto.

La nave, con un fischio sonoro di sirena e un ribollio delle acque a poppa si staccò dal suo invaso e iniziò la traversata... aggirò la Madonnina benedicente uscendo dal porto e affrontò di prua i flutti alquanto mossi. C’era tempo per girarsi di poppa per l’attracco calabrese successivo, ora viaggiava solcando i marosi di prua e lasciando una scia di spuma che strisciava alta sulle sue fiancate.
Turuzzu guardava affascinato il paesaggio, la Sicilia che si allontanava, il mare sempre più di un cupo blu misto al grigio scuro della profondità, la lontana costa calabrese che si avvicinava luccicante sotto il sole del primo pomeriggio e le altre navi che incrociavano la sua salutandola con colpi di sirena, ricambiati.
Era la festa del mare, per lui, cui tutto appariva nuovo.
Giunta a trequarti del suo tragitto la sirena della nave emise due fischi prolungati d’avviso mentre i motori cambiavano suono, ruggendo per la maggiore potenza richiesta. Lentamente la nave girò su se stessa protendendo la poppa al porto calabrese cui si avvicinò sicura all'invaso per l’approdo. Chissà quante volte il Capitano aveva compiuto quella manovra, pensò Totò scendendo dal ponte superiore per salire sul treno che l’avrebbe scaricato alla stazione ferroviaria di Villa San Giovanni, sul continente.

Era più di mezz'ora che aspettava in quella stazione il treno locale proveniente da Battipaglia su cui sarebbe salito per raggiungere Reggio Calabria, dopo poche decine di chilometri di tragitto. Ma non se ne dava pena, il treno sarebbe arrivato prima o poi, anche se con un certo ritardo. E c’era molto tempo per l’orario che si era prefissato. Non aveva mai fretta lui. Tutto arrivava comunque e si compiva come previsto, questa la sua filosofia di vita.

Il campanello d’avviso cominciò a tintinnare e la voce aspra dell’annunciatore annunciò: «Treno accelerato proveniente da Battipaglia è in arrivo al binario 2. 
Prosegue per Reggio Calabria, Motta San Giovanni, Bova Marina, Locri, Soverato, Crotone».
Totò si alzò dalla scomoda panchina di pietra e si accodò a pochi altri viaggiatori al binario indicato mentre con un gran sbuffare la locomotiva a carbone si avvicinava lentamente, rallentando la corsa.
Vagoni vecchi, scompartimenti puzzolenti, calca, pianti e grida di bambini, odore di carbone combusto. Tre quarti d’ora di viaggio tra rumori, fumo e scossoni e poi la Città.

Reggio Calabria... che grande Città, che belle strade, quanta gente ben vestita in giro, quante automobili... ‘ccà si puonu fari buoni affari; ci’agghjia a diciri a Don Tanu’ pensò Turuzzu.
E anche da lì poteva vedere lontana la costa della sua Sicilia rincuorandosi, per quanto non ne avesse un particolare bisogno. Non era mai arrivato così lontano da casa ma non si sentiva perso... stava bene con se stesso, ovunque.
Adesso però doveva compiere l’incarico affidatogli.
Trovò facilmente l’indirizzo, proprio come Peppe gliel’aveva spiegato. Squadrò il posto, si impresse in mente i particolari della zona, si tirò bene in testa il cappuccio del giubbotto, fin oltre le orecchie, a coprire del tutto i capelli e si apprestò ad attendere con pazienza, mimetizzato nell’ombra sotto l’arco di un portone.
Pochi pedoni in giro e l’ombra diafana della sera che cominciava a stendersi sopra i contorni delle cose e delle case.

Nemmeno mezz’ora dopo, ormai all’imbrunire, una vettura targata GdiF si fermò rasente al marciapiede. Ne scese un uomo in divisa che corrispondeva alla descrizione mentre l’auto si allontanò veloce.
Nessuno o quasi era intorno e comunque nessuno notò il giovanotto mentre gli si avvicinava.
«Scusasse – disse Turuzzu, come per chiedere un’indicazione – ca per caso jè lei il Maresciallo..........? Hajiu ’n’imbasciata da parte di un amico: “Ca picchì nun v’ata fatto sentiri cciù? Parola jè parola!” disse iddu...» ed estratto senza alcun preavviso il coltello glielo piantò nella coscia sinistra e subito poi anche più in alto, vicino all’inguine. Sarebbe bastata una torsione del polso per evirarlo.
Mentre quello cadeva a terra con un alto grido, con calma glielo puntò, così sanguinante com’era, alla gola, gli tolse la pistola dalla fondina e la intascò con soddisfazione. Con piacere registrò il terrore che vedeva palese negli occhi della sua vittima e aggiunse «Zìttiti! Uora, quannu ca iddu ti chiama arrispunni subbito e nun ’u fari ’ncazzari cciù assai! Chistu ’u primu avvisu jè... e magari l’urtimu».
Un rapido sguardo intorno, pulì velocemente la lama sull’uniforme di quello e si allontanò lasciandolo in terra in un lago di sangue: aveva consegnato il ricordo tangibile al finanziere e, inoltre, ora aveva una pistola, pensò allegro.

Per il ritorno agì allo stesso modo dell’andata: prese un treno qualunque in partenza per il nord, scese alla prima stazione utile, cercò e trovò un passaggio che lo portasse all’imbarco dei traghetti e, individuato un compaesano compiacente, traghettò nella stessa nottata nella sua auto. A Messina si arrabattò a dormire nella saletta d’attesa del terminale degli autobus di linea e aspettò paziente l’albeggiare per prendere una corriera che l’avrebbe portato al Paese. Da lì, tornare incontrollato ‘aa sa casa’ fu un gioco da ragazzi.
Era euforico, aveva portato a termine egregiamente la cumannata e non sentiva affatto di aver compiuto un’altra azione delittuosa che lo invischiava sempre più nell’ambiente che gli era divenuto familiare.
Sapeva soltanto che s’avìa a fari e lui l’aveva fatto.

(fine... per ora)

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