giovedì 11 agosto 2011

TURUZZU - Totò Regina - Stralcio capp.10-11

TURUZZU - Totò Regina
stralcio capp. 10-11
Natale Figura


Peppe, il suo Capo Mandamento, accolse con un grugnito il picciotto, proprio sul limitare dell’ingresso della villa di campagna di Don Tano, l’alleggerì della scupetta e lo fece sedere fuori dall’uscio in una delle sedie impagliate messe lì proprio per i postulanti in attesa. Il sole ancora scaldava bene ma le fronde degli ulivi lì attorno continuavano a dare un po’ di frescura.
Totò si guardò in giro attento... era disarmato e con solo in tasca il fido coltello a serramanico. Nessuno gli aveva ancora spiegato perché fosse lì. Aveva mancato in qualcosa? Aveva qualcosa da rimproverarsi? Decise per il no e quindi non gli restava che attendere fiducioso, qualcuno prima o poi gliel’avrebbe detto.
Appoggiò lo schienale della sedia al muro e contò e ricontò le cuticcie arrotondate che, saldate insieme dalla malta grigia, pavimentavano il riquadro della soglia dinanzi a lui. Notò che erano in numero maggiore di quelle scheggiate e dai contorni irregolari e ripose questa inutile informazione in un cassetto della sua memoria.
Osservava e ricordava sempre tutto lui e senza sforzo.

«Camina» gli fece Peppe a un certo momento.
E Turuzzu s’incamminò dentro la villa, seguì il Capo Mandamento in un lungo corridoio poco illuminato.
Attraversarono uno dietro l’altro due grandi stanze piene di tappeti e mobili e divani e poltrone e, giunti davanti a un alto uscio di legno massiccio attesero che il picciotto di guardia, lupara alla mano, lo aprisse loro.
Dentro, nella saletta blindata senza finestre ma con due grandi bianchi condizionatori d’aria, dietro un’enorme scrivania di legno scuro col ripiano ricoperto da un drappo di merletto bianco ricamato a mano dalle suore, in una gran poltrona di velluto rosso dall’alto schienale, sedeva il Padrino, con le braccia appoggiate ai morbidi braccioli.

Turuzzu squadrò la stanza, fermò la sua attenzione sui due grandi candelieri che gli parevano (e lo erano) d’argento massiccio, come quelli dell’altare maggiore della Chiesa Madre, osservò alle pareti i quadri antichi di soggetto sacro dallo sfondo scuro, su un comò la teca di cristallo molato sotto cui troneggiava un Bambinello di porcellana colorata contornato di fiori secchi e, infine, il volto inespressivo di Don Tano Giarratana.
Non c’erano sedie o poltrone nella stanza, segno che nessuno poteva stare lì seduto insieme al Don.
Attese in silenzio che lui parlasse, né gli era consentito fare domande se non veniva interpellato mentre Peppe, fatto un cenno come per dire ‘ecco qua il picciotto come ordinato’, si ritirò lasciandoli soli.

«Tu sì Turuzzu Regina – enunciò il Padrino con voce quieta come dato di fatto – unu re carusi di Peppe...».
«Sissignori, ’o vostru piaciri» rispose Totò con tono di voce fermo e rispettoso ma non servile.
«Ti taliai nu picca e ntisi ca si’ prontu. Jè accussì? Hajiu ’n’incarricu ppi tia».
«Cumannati, sariti sirvitu» assentì Totò.
«Tu ha mai statu no’ continenti co’ trenu?» e sapeva già la risposta negativa.
«Nonzignori. Mai. Ma si mu cumannati... cca sugnu».
«Buonu! Scuta : a Rreggio c’è unu ra Finanza ca mi fici nu sgarbo... Avi ru anni ca vinni n’ti mia cercannu ajiutu pa a sa carriera. ’U jiutai e ha statu promosso comu vulia. Ma uora ca ci addumannai ’na cosa... ’na cusuzza i nenti, nun si fici sentiri cciù. Ecco ca m’ha ffari: tu agghjiri ddà, ha ttruvari e ci ha lassari nu ricordu di mia. Picchì parola è parola! A ’ntisu buonu?» concluse il Boss.
«Agghjiu caputu... comu Voscenza cumanna. Comu ha siri ’u ricordu ca ci’agghjia a lassari?»
«Accomu too sienti... làssu a ttia a decisioni. Tu sulu ha sapìri sa cchi fari...».
«Sacchieddarè, Don Tanu, Voscenza sarà sirvitu».
«Peppe, Peppe!» chiamò il Don a voce alta e Peppe entrò subito, doppietta alla mano.
«Peppe – disse il Padrino – struisci Turuzzu, dacci i sordi poo viaggio e quanno ca veni ri ddà mannalu attorna ccà n’ti mia» .
E con un semplice cenno della mano li congedò entrambi, concentrando la sua attenzione sul Giornale di Sicilia che stava sfogliando.


La vecchia Littorina diesel proveniente da Vittoria e diretta a Messina arrivò ansimando alla stazione, frenando con uno stridore da aggricciare i denti.
Col suo biglietto di terza classe stretto in mano (ma anche la ‘prima’ non era migliore), Turuzzu salì a bordo e si cercò un posto vicino al finestrino. Quando si sedette, due donne che si recavano al mercato della cittadina alla fermata successiva si spostarono quanto più lontano potessero da lui, lanciandogli uno sguardo di disapprovazione per i capelli arruffati, il giubbotto sdrucito e qua e là stazzonato e un sentore ferino che emanava.
Non ci fece caso... non gli interessavano queste palesi manifestazioni di disapprovazione dei ‘civili’ e quindi incollò il naso al finestrino guardando il paesaggio che gli sfilava davanti.
La Littorina avanzava cigolando nella bella mattina splendidamente luminosa e profumata, fuori, come solo in Sicilia possono essere limpide e luminose le mattine e profumate di limoni e di aranci e di citronella.
Il Controllore passò veloce, forò i biglietti delle due donne, lo guardò un attimo di sfuggita e procedette oltre senza chiedergli il biglietto.
‘Nun s’avìa ammiscari’.

Turuzzu pensava a quello che doveva fare a Reggio Calabria e aveva già in mente come agire per portare a termine il compito affidatogli. Doveva soltanto affinare alcuni particolari ma non come gli aveva suggerito (e quasi imposto) Peppe. In fondo il Don aveva affidato a lui la gestione della ‘cosa’ e non intendeva eseguire l’incarico così come lo vedevano altri, Peppe incluso.
Ansimando e stridendo la Littorina giunse infine a Messina, sua ultima tappa. Lì, in stazione, nel binario morto di arrivo, avrebbe sostato per un paio d’ore per tornare poi indietro e riprendere la via per Vittoria, nell’entroterra siciliano, verso i monti Iblei.
(continua)

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