sabato 25 febbraio 2012

Gavino Puggioni:"I sentieri dell'infanzia"

Nei sentieri dell’infanzia di Gavino Puggioni

Argentiera miniera Camminando in quelle radure, una volta selvagge,
mi sembrava di attraversare la parte estrema di un mondo
sconosciuto, oltre il quale viveva il nulla.
Il silenzio, il cielo, il mare che, all’improvviso,
ti abbracciavano, ti costringevano a pensare e a  non pensare,
tanto forte era l’emozione di trovarti da solo,
in cima a quelle colline, che sapevano d’altri tempi.
C’era e c’è ancora una chiesetta, arrampicata,
che doveva servire alle preghiere delle mogli,
delle sorelle, delle mamme, tante, di quei minatori,
che entravano in quelle bocche all’alba
e ne uscivano quando il buio era padrone di tutto.
Scendendo per la strada, tortuosa e fangosa d’inverno,
asciutta e polverosa d’estate, si aveva la sensazione,
comunque, di dover raggiungere un luogo amato da pochi,
ma di un amore viscerale, coinvolgente, forse struggente.
Era, doveva essere un parco romantico, accarezzato o
violentato, ma solo dai venti e dalle piogge.
Semmai, calpestato da amanti, degni di quella natura
rigogliosa e orgogliosa nei suoi splendori.
E dopo, più giù, c’era e c’è il mare,
comandante assoluto di quelle insenature, di quelle rocce
d’argento, sopra le quali quella stessa natura era abituata ad adagiarsi.
C’era il villaggio, che accoglieva quelle poche famiglie
che avevano il coraggio di abitarvi, circondate da rumori
cupi e continui, altalenanti, ma che, ormai, facevano parte
della loro vita.
Quel villaggio, umano e di umani, ora non c’è più, è stato cancellato dai tempi
moderni.
Non sono rimaste neanche le più piccole tracce, per
rimandarle, come si dice, alla  memoria dei posteri.
È rimasta, nonostante tutto, la grande testimonianza della
miniera, ischeletrita, quella impalcatura di legno e ferro,
da dove, prima, si accedeva alle entrature di ciascuna galleria.
Il mare, tranquillo o spumeggiante per il maestrale, era una
presenza quasi rassicurante; si rispecchiava sempre nel solito
quadro, niente lo intimoriva, niente lo sporcava,
se non la ruggine di qualche carrello vecchio e sfasciato.
Lo stesso mare, però, pareva lamentarsi di quello che poteva
dare, e in abbondanza, ma che nessuno prendeva. I suoi
frutti erano lì e si beavano nel loro elemento, giocando con
le mareggiate e abbattendosi sui litorali di pietre levigate.
Quei pochi, pochissimi arditi che osavano pescare, non
erano nemmeno del posto.
Arrivavano, magari di notte, e, alla luce di qualche lampara,
scagliavano due o tre bombette e il gioco era fatto.
Il pesce, stordito, veniva a galla e si faceva prendere nel
sacco, anzi nei sacchi di juta, docilmente e senza
spargimento di sangue.

Nel villaggio, tuttavia, si viveva di una vita normale, fatta di
sacrifici, di attese, di emozioni e di dolori mai ripagati.
Le giornate erano tutte uguali, compresa la domenica, anche
se questa doveva essere dedicata al riposo o alla preghiera.
Quella grande madre, che era la miniera, rigurgitava
continuamente i suoi tesori che dovevano essere colti e
portati via, in altre terre, in altre regioni.
L’arricchimento era per quella società che gestiva, da
lontano, l’affare; l’impoverimento era per tutti, compresi
quelli che venivano mal pagati per frugare in quelle viscere
profonde e portar via più materiale possibile.
E questo impoverimento riguardava anche il territorio, con
le sue montagne spaccate, scavate, fatte a pezzi, così che
anche l’erba non riuscì mai più a crescervi.
Vi crebbero, invece, le malattie da quelle polveri e chi ne fu
colpito ebbe a pagare fino alla fine dei suoi giorni.

Le spiagge senza sabbia, colme di ciottoli rotolanti, grigi,
bianchi, neri, e striati anche di rosso arrugginito, solitarie,
erano sempre uno spettacolo da vedere, solitarie o al
massimo con qualche branco di buoi e cavalli, che vi
andavano per fare la loro indisturbata passeggiata.
Ti invitavano, quando il mare era una distesa d’acciaio, a
meditare, a proporti in maniera quasi primordiale, allargare
le braccia, respirare a pieni polmoni e spaziare nell’infinito
di quell’orizzonte che credevi di vedere, ma era solo un miraggio.
Anche i gabbiani sapevano di essere soli, tant’è che i loro
giochi, le acrobazie, i loro incroci su quelle acque
sembravano più liberi, ispirati a quello che li circondava,
in una tavolozza di colori, sempre sgargianti ma naturali.
Ora, oggi, adesso, a distanza di tanti lustri, quella terra,
chiamata Argentiera, è un cumulo di quello che è stato e di
quello che vorrebbe essere.
Un gran pasticcio, il cui attore, sempre l’uomo, che ha stravolto
ogni cosa, che ha dimenticato il rispetto di quel suolo,
sopraffacendolo di intuizioni orride, cercandovi una
soluzione mai arrivata, continuando a pasticciare ed
offendere quel lembo di ricordi intimi, di uomini e donne
che hanno sofferto e gridato inutilmente nel silenzio.
Ancora e per una volta all’anno, per due lunghi mesi,
è meta di popolazioni incivili, arrivati da altri mondi incivili,
che vogliono incivilizzare quello che loro non appartiene,
tanto, dopo, fanno rientro nelle loro stesse inciviltà.
Quel pezzo di terra continuerà a lamentarsi, anche se
continuerà ad offrirsi con le sue bellezze ormai contaminate,
sporcate e vituperate da tutte quelle imprese di individui
post-moderni, incapaci di sentire, di vedere, incapaci di
amare ciò che la Natura aveva loro regalato.
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1 commento:

0_o_0_O_o ha detto...

vibrante descrizione del tempo che fu'. grazie

BENVENUTO
....a te lettore che passi, ricorda che le parole resteranno e ti sopravviveranno, perciò pesale.