mercoledì 13 giugno 2012

ETIMOLOGIA DI UN CONDOMINIO- di salvo Figura

Ho il piacere di presentarvi questo simpatico racconto tratto dall'Antologia "Note di condominio" edito dal gruppo ItalianfantasticBooks. Troverete l'incipit comune all'inizio, su cui poi ognuno di noi ha lavorato per creare un racconto originale. ETIMOLOGIA DI UNA CONDOMINIO Etimologia di un Condominio © Salvo Andrea Figura “Scherzi a parte riguardo alla gestione dei Condomìni qua è per davvero un Bronx perché la mentalità locale è molto arretrata: questa non è una cittadina ma un “paesone” dove si sono mischiate le parti peggiori (ed è vero purtroppo) delle periferie delle grandi città qua intorno. In pratica, di senso civico condominiale c'è n'è davvero ben poco, pensate che le riscossioni sono costretto a farle porta a porta...” «Ma perché a llei cchi cci pare normale tutta sta schifezza e fitinzìa in un condominio rispettabbile come il nostro?». Così dicendo, il dottore Giuffrida, Notaio in Catania, mi mostrava l’oggetto incriminato tenendosene a rispettabile distanza e assumendo l’espressione più schifata del mondo. «Sappia – riprese con rinnovato piglio – egregio il mio signor MaMaMartino, che è la terza o la quarta volta che succede in questa settimana. E cchi sunu comu i cunigghji?». Sentirmi chiamare in quel modo mi dava sui nervi in un modo feroce ma non replicai, era il mio vero nome. Non mi riferivo ai conigli, simpatiche e timide bestiole, ma al mio cognome con quel MaMa ripetuto due volte prima del definitivo Martino. L’ufficiale dell’anagrafe dove mio padre mi registrò quarant’anni orsono era bleso e fu così che venni registrato: MaMaMartino. Furono tentate varie strade per correggere quella mostruosità anagrafica, ma il Bronx di quel quartiere catanese, Librettino, con annesso Ufficio Anagrafe, impedì ogni tentativo di aggiustamento. Vi risparmio gli sfottò che mi sono portato dietro fino all’età in cui iniziai a mollare dei sonori pugni a chiunque si permetteva di scherzare. Oggi sono un affermato Amministratore di Condomìni. Come mio cugino Francesco, in quel di Aversa. Solo che lui, anzi, suo padre, mio zio, non trovò l’impiegato tartagliante. Il suo cognome infatti è perfetto e i nostri due caratteri molto simili: santa pazienza, abilità e psicologia. Non so nemmeno io come nacque la disputa di quella mattina. Il Notaio doveva essere di pessimo umore. Il governo Prodi dopo aver fatto imbestialire Farmacisti e tassisti, adesso stava provando coi Notai. Categorie-Caste, secondo il Governo, e dunque passibili di pene esecrande. Ecco perché appena vide quella schifezza inerte nel pianerottolo si imbufalì. Per la verità era stata la signorina Miranda, portinaia dello stabile, a notare il coso e le sue urla di disgusto s’erano udite fino al quindicesimo piano. Signorina sì, ma ingenua non credo proprio. I suoi trascorsi “ecclesiastici” avrebbero dovuto porla al riparo da simili epifanie ma si sa quel che avviene nella umana natura. Loro fanno la promessa di castità e poi vanno a vele spiegate per i mari inesplorati della verginità... altrui. Non era compito mio risolvere quel caso – mi dicevo nella mente - mica ero Gino Pollice , gran puttaniere, detective ed esperto di cosi lasciati in giro. Eppoi quel giorno era il mio giro di esazione e dunque se il Notaio aveva il dente avvelenato, io avevo tutta la dentiera piena di Aspidis venenum. «Notaro Giuffrida, che cci vuole fare, sono carusi e l’amore è bello. Ma lei si ricorda i suoi diciotto anni? Si ricorda i balli a luci spente nella casa della zia Marietta, prestata proprio a quello scopo? Si ricorda... » «Signor MaMaMartino, tagliamola curta. Dove vorrebbe arrivare vossia, ca ora mi armo di scupa e paletta e pulizzio io quello che Miranda si rifiuta di fare? Sa quanti ne ha visti... ’a signurina... ccu Patri Gilberto e ora vorrebbe fare la santuzza?». «Va bene – replicai sorridendo – ma cosa possiamo fare?». «E a mia lo chiede? Lei, come Amministratore di condominio ha il dovere e l’obbligo di vigilare acché simili cose non si debbano mai verificare; ora e mai più!». Pareva che la diatriba stesse per terminare con un nulla di fatto; cioè: “Io non pulisco ché sono il Notaio, io nemmeno ché sono l’Amministratore allora pulisce u jattu del palazzo”. Mi attardavo in questo pensieri quando si aprì il gabbiotto dell’ascensore e sortì fuori il Prof. Fiura, Leandro, Giuseppe, Natale, Vincenzo, Maria. E come ci teneva a enunciarli tutti i suoi nomi! «Signori egregi ed esimi buongiorno – esordì con la solita pompa del vecchio Professore di Latino e Greco – di cosa si disquisisce stamani nel nostro onorato stabile?». «Onorato? – fece di botto il Notaio – e lei lo chiama onorato con quella porcheria là in terra, fresca di circa otto ore di “delictus consumptus?”. «Ollallà Notaio, stamani il latino va giù che è una bellezza – replicò con sincera ironia il Professore – e a che dobbiamo tanta latinitudinem?». «Sfotta meno Professore e si appropinqui all’oggetto, causa ed effetto del nostro dotto disquisire». Il Notaio prese per un braccio il professore, con malcelato garbo, e lo portò a circa mezzo metro dal corpo del reato. Vicino che fu, il Professore scattò all’indietro con insospettata agilità ma con il sorriso sornione del gatto che ha ormai messo il topo all’angolo. «Tutto qui? E’di quell’affare usato che discutevate? E quale sarebbe il motivo del contendere? Sentivo una discussione molto acuta e dai toni alti, su dal mio appartamento». Cominciavo a stufarmi di tutto questo “Filumena Marturano” da condominio. Avevo già perso oltre mezzora in chiacchiere del cazzo e tutta la giornata avanti a me avrebbe dovuto essere impiegata nella riscossione delle somme dei più morosi. Gente per cui nemmeno la Nato era riuscita , dopo le risoluzioni ONU, a venirne a capo. Perso nei miei pensieri, non mi accorsi che gli eventi Ciceroniani, nel senso da dare a quella bella dialettica e retorica, si erano portati avanti: «Ma lei caro il mio Professore, anzi, Prufissuri, dice davvero che tutto deriva da un’errata interpretazione dell’origine della parola?». «Certamente, caro il mio Notaio, se lei ci pensa bene, i due giovanotti, che spero e immagino etero, hanno applicato alla lettera il senso della parola condominio e agito di conseguenza. Ci pensi bene; ladrocinio significa che si ruba e che dunque si fa uso del ladro, del rubare insomma. Vaticinio, significa che si fa uso del vate, dell’indovino insomma». «E allora Condominio... che significherebbe? – urlò indispettito il Notaio – Guardi Professore, che io ho fatto il Liceo classico al Platone di Palazzolo Acreide, mica roba da niente». «E sti cazzi? direbbero a Roma – lo interruppe il Professore con ironia e ruvidezza – io dall’Augustus di Roma vengo; a cchi cci pari, che studiai nella prima scuola di cazzi e mazzi?». Provai a intervenire, non per dare sfoggio della mia cultura, ma per potermi finalmente liberare di quei due ossessi che oltre a litigare tra loro per il significato della parola, facevano solo perdere tempo a me: «Condominio – dissi timidamente – significa Condominus, cioè che fanno uso del Signore del Palazzotto: il Dominus. O comunque, che abitano col Dominus...». «Vobiscum... – si inserì il Prifissuri estremamente annoiato del mio intervento – ma che dice Signor MaMaMartino? Lei facissi il suo lavoro di Rubabollette, che all’Etimologia ci pensiamo noi». Mi zittì! Lo ammetto. Io che ho tanto appreso dal mio bravissimo e spesso feroce cugino aversano, detto il Gengis Kan dei Condomìni, fui messo a tacere da un Notaio e da un ex Professore di Liceo, su un argomento che era di mia estrema pertinenza: Il Condominio. Stetti allora ad ascoltare l’arringa finale del professore: «Dovete sapere, miei dotti amici, che Condominio è un anglofonema. Sorto dopo la seconda guerra mondiale. Dopo l’arrivo dei Nìuri Miricani . E’ un composto della parola . «Tutto qua signor Prifissore – intervenni nuovamente io – allora ho capito, tutto chiaro». «Signor MaMaMartino; lei nun avi caputo proprio niente allora. Condom, significa? Profilattico, presevvativo. Giusto Signor MaMa...?» E accennò un grosso inchino con la testa come a convenire con se stesso. «Martino – urlai io per non dargli il dazio di terminare il mio cognome – Martino, Francesco Martino». «Dicevo, Signor Martino Se Condom significa presevvativo e se dunque una coppietta ha deciso di veniri a ffari le sue belle cosette nel nostro androne, lasciando poi il letto sfatto e le cose in giro non ha forse assolto al suo dovere? Ha fatto un Condom-inio; cioè un uso logico ed etimologico del Condom. Conclusione è che Condominio significa adoperare i Condom e dunque il luogo dove si consumano, è un bordello! E io le bollette della luce dei bordelli, non le pago». Concluse la sua bella spiegazione, terminò la sua arringa e senza aggiungere altro, girò i tacchi e uscì nella fresca aria catanese. Rimasi basito, di stucco, di sasso, di sale come la donna di Sodoma che si voltò indietro. Pensai che era un gran bel lavoro il mio, sempre a contatto con la gente, sempre a scambiare opinioni, sempre... guardavo adesso quel lurido oggetto di tanto disquisire, che giaceva ancora a terra senza che né Miranda né alcun altro si preoccupasse di rimuoverlo. Forse aspettavano i RIS di Parma. S’era fatto tardi, decisi di tornare a casa. Avevo un diavolo per capello. Girai la chiave nel portone, mi guardai in giro, temevo di trovare anche lì oggetti simili. Mia moglie, sorridente e affettuosa oltre che paziente più di sempre, mi abbracciò mi diede un bacio e mi chiese: «Com’è andato oggi il lavoro?». Il primo istinto fu di strozzarla al pensiero di quei folli del mattino; poi risposi serafico: «Il solito bordello! Vieni andiamo a pranzare che poi ti spiego un po’ di cosette».

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