giovedì 5 luglio 2012

La particella di Dio o della... Madonna? Il BOSONE



Anzitutto quanto vi proporrò è tratto dal bellissimo giornale online rosebud.comn dell'amica Rina Brundu, che ringrazio immensamente. Vi fornisco pertanto il link in cui c'è l'intervista  e l'articolo integrale.

Amo scherzosamente definirlo "La particella della madonna" perché immagino quante madonne avranno "invocato" gli scienziati del Cern, prima di avere la conferma pratica di cinquant'anni di teorie.
Sembrerebbe una cosa fatta solo per fisici teorici eppure non avete, non abbiamo idea delle implicazioni pratiche che la scoperta avrà in futuro. Sostengo, da sempre che questi sì, sono soldi ben spesi e anche se uno di questi scienziati guadagna un decimo di uno dei nostri politici, ne vale almeno mille.
Ecco dunque l'estratto dell'intervista. Ma andate al link perché c'è l'audio delle interviste più importanti. Capirete così tutto o quasi del BOSONE... della madonna(il minuscolo è d'obbligo, trattandosi di un modo di dire ironico).
Salvo Figura(per gentile concessione di rinabrundu.com)

Ognuno ha i suoi miti. I miei – da diversi anni ormai – sono i fisici teorici. Specie quelli che con il loro entusiasmo si sono spesi per farci capire di cosa si stanno occupando gli scienziati pazzi nella loro torre di avorio. Per farci sapere che la Fisica è argomento affascinante, ma soprattutto che è materia che in questo particolare momento storico sta subendo grossi “scossoni” dopo le tante confermate certezze regalateci dal genio einsteniano. A dirla tutta, durante gli ultimi decenni, gli studiosi hanno stazionato a lungo davanti a quella che potrebbe essere considerata la porta d’ingresso nel realm della Nuova Fisica. Non è neppure azzardato dire che, proprio quest’oggi, con la conferma della scoperta di una particella coerente con l’ultima particella non ancora identificata ma prevista dal Modello Standard, qualche fotografia sfocata di come si presenti quel singolarissimo reame si comincia ad averla. Fotografia scattata dal buco della serratura, si intende.
Tra i miei molti miti di cui già dicevo i più in vista sono sicuramente Ed Witten (genio matematico americano, vincitore della Fields, nonché il teorico che nel 1995 riuscì ad unificare nella cosiddetta M-theory le 5 teorie delle stringhe fino ad allora esistenti), Brian Greene (fisico americano tra i maggiori sostenitori e divulgatori della teoria delle stringhe, autore di molti libri di successo sul Big Bang, le “hidden realities” e la cosiddetta “matematica elegante”, la quale matematica “racconterebbe” in maniera molto accurata le meraviglie del mondo subatomico), Leonard Susskind (considerato uno dei padri della teoria delle stringhe), l’italianissimo Gabriele Veneziano (furono i suoi “findings” in forma di datate equazioni che, nel lontano 1968, portarono la teorie delle stringhe al centro dell’interesse di moltissimi fisici, incluso lo stesso Susskind) e senza mai dimenticare – sebbene per altre motivazioni – Stephen Hawking la cui fatidica giornata di oggi – ritengo – potrebbe essere iniziata con un grosso mal di testa. Di fatto, se io ho recentemente perso la scommessa che voleva gli azzurri in vetta all’Europa calcistica, lui, in questo stesso momento, dovrebbe essere impegnato a sborsare i famosi 100 dollari che mise sul tavolo quando assicurò che il Bosone di Higgs “non sarebbe mai stato scoperto”.
Per i non-addetti ai lavori, o meglio, per i non-fanatici della fisica teorica è bene spiegare che la lista (incompleta – ripeto – mancano diversi interessanti personaggi le cui ricerche seguo da tempo) di questi miei particolarissimi “miti” è quindi formata (con l’esclusione di Hawking), da quel gruppo di scienziati che, più degli altri, hanno contribuito a studiare, sviluppare e far conoscere la famigerata “teoria delle stringhe”. In due parole la teoria delle stringhe è quella speculazione fisica (supportata da una matematica formidabile) che tenta di conciliare le necessità della relatività generale con quelle della meccanica quantistica. Detto ancor più terra-a-terra è noto di come il modello einsteniano “difetti” quando studiato in prospettiva subatomica, da qui la necessità di una “teoria del tutto” che spieghi e colleghi in maniera inconfutabile la molteplicità dei fenomeni fisici conosciuti. La teoria delle stringhe, benché rimanga ancora il bersaglio preferito dello scetticismo-caustico degli einsteniani di ferro (basti ricordare che nonostante le sue stesse equazioni gli raccontassero altrimenti, Albert Einstein riteneva che l’universo fosse “unchanging” e non in espansione come si è scoperto poi), soprattutto a causa dell’oggettiva e presente impossibilità di testare gli argomenti proposti, rimane senz’altro la candidata più valida per diventare l’agognata “theory of everything”. E per capire verso quale mulino muove l’acqua al giorno d’oggi è sufficiente ricordare che il 99% degli studenti americani che si iscrivono alla Facoltà di Fisica,

Non è però per fare un elogio della fisica teorica (o della “matematica elegante”, per dirla con Brian Greene), che scrivo quest’oggi. Quanto piuttosto per rendere merito al lavoro degli uomini e delle donne impegnati da decenni a testare le finanche folli (e molto, molto costose!) idee dei loro colleghi fisici teorici sul campo. Come già scritto, oggi c’è stata la storica conferenza del CERN ginevrino che ha “ufficializzato” l’esistenza dello sfuggente Bosone di Higgs alla presenza di un quanto mai commosso Peter Higgs in odore di Nobel. Dopo le prime parziali ammissioni di fine 2011, l’evento era senz’altro atteso, ma chiunque lo abbia seguito, o abbia seguito i numerosi dibattiti tenuti sull’argomento dalle diverse università negli ultimi tempi, si è pure reso conto del clima a suo modo “teso” che lo circondava. Nonostante i portavoce del CERN non abbiano infatti lesinato parole per ricordare che il risultato ottenuto è frutto di uno sforzo collettivo globale, la mia impressione – formata proprio seguendo i dibattiti di cui dicevo, da quello della Columbia University a quello della University di San Diego, a molti altri – è stata che la comunità scientifica americana mal digerisca questa evidente leadership europea in materia di Fisica. E se sul fronte interno non hanno mai perdonato il clintoniano taglio-alle-spese che impedì la costruzione di un acceleratore di particelle tre volte più grande di quello ginevrino, dall’altro lato non mancano mai di ricordare il numero di fisici e di università americane che partecipano attivamente ai progetti del CERN, dimenticandosi spesso, invece, di far menzione del ruolo degli altri Paesi.

Domanda impertinente: non sarà stato questo loro desiderio di revanche-scientifica a portare, lo scorso gennaio, al pur bravo ma americanissimo Joseph Incandela la posizione di coordinatore dell’esperimento CMS già tenuta dal nostro Guido Tonelli? O a scegliere come ideale compleanno dell’ormai mitico bosone proprio il 4 Luglio, festa nazionale  statunitense? Diceva qualcuno che “a pensar male si fa peccato ma ci si indovina”, then again…. il mondo di questo “qualcuno”, per quanto possa sembrare incredibile, era senz’altro più adatto ai misteri irrisolti (vedi stragi nazionali impunite, etc), di quello della Fisica Quantistica, per cui preferisco pensare ad un normale avvicendamento….  Come a dire che se bastano alcuni miliardi di franchi svizzeri per scoprire i pensieri di Dio, non basterebbe la somma dei valori coniati da tutte le zecche del mondo, elevata alla settima potenza, anche semplicemente per intuire gli imbrogli dei politici italici…
Meglio tornare al punto! E il punto è che – questa mattina – sia Incandela, nel suo nuovo ruolo di coordinatore dell’esperimento CMS, sia la milanese Fabiola Gianotti, nel suo tradizionale ruolo di coordinatrice dell’esperimento ATLAS, hanno esposto i risultati ottenuti dall’LHC del CERN rispetto alla decennale “quest” di cui tutti sappiamo. Gli esperimenti da loro guidati – e che naturalmente fanno uso di tecnologie, strumentazioni e modus operandi diversi – hanno infatti permesso di osservare tracce di una nuova particella a circa 125-126 GeV (miliardi di elettronvolt). “I think we have it! Do you agree?” ha chiesto subito dopo all’interessatissimo pubblico un elettrizzato (è il caso di dirlo?), Rolf Heuer, direttore del CERN. “Yeah!!” hanno risposto, convinti, i fisici colà convenuti (tra i quali spuntava pure la bianca chioma del prof. Antonino Zichichi) prima di lanciarsi in una serie di applausi a mani piene.


Ma che dire dunque in maniera decisamente più degna dell’italiana Fabiola Gianotti? Straordinaria nella sua esposizione del lavoro fatto fino “a questa mattina” come direbbe lei. Una chioma nera e a momenti birichina, un international-english preciso sebbene sicuramente marcato da un forte accento italico, ma specialmente una ottima presenza scenica capace di conciliare la indiscutibile conoscenza della materia-trattata con momenti più “rilassati” allo scopo di diluire l’evidente tensione. Tensione che ha preso lei, che ha attanagliato maggiormente Incandela e più o meno tutti i presenti a questo storico convegno. A mio avviso la Gianotti è stata, soprattutto, eccellente quanto inaspettata ambasciatrice di un modello femminile e professionale italico che troppo spesso viene svenduto e/o cade preda di un nefasto qualunquismo informazionale sciovinista e stereotipato. Sotto certi aspetti questa critica vale ancor di più per il mondo della Fisica as a whole. Non bisogna dimenticare infatti che il 95% (forse di più) dei fisici presenti a Ginevra erano maschi e, fatte salve le rare occasioni, è sempre la loro “voce” che si sente in questo o quell’importante raduno globale. Tempo fa, uno scienziato americano – nel corso di una sua presentation che a posteriori definirei molto molto self-centered e nulla più – spiegò, tra il serio e il faceto, che le donne della Fisica erano in numero molto inferiore rispetto ai loro colleghi maschi perché generalmente più brave… da lì l’esigenza di tenerle lontane. Ripensandoci questa potrebbe pure essere la speculazione più indovinata che quello specifico fisico abbia mai regalato all’umanità…  









Qualsiasi sia la verità, di certo rimane che - soprattutto in questi tempi di grande confusione, di forte incapacità dirigenziale sia a livello di leadership che di stretto management operativo – sono le donne “informate” e capaci come Fabiola Gianotti che dovrebbero diventare il modello da imitare. Nell’universo femminile ma non solo, perché il curriculum e il know-how non sono e non dovrebbero mai essere considerati una opzione trendy! Non è dunque per una sorta di revanche (tanto per restare in tema) pseudo-femminista che da oggi in poi aggiungerò la Gianotti tra i miti di cui sopra, piuttosto proprio perché oltre a quelli fisici esistono altri “modelli”.  E se i primi per nostra fortuna sono “imposti” da Madre Natura, i secondi possiamo senz’altro sceglierli noi. Senza considerare che un bravo scienziato donna coi piedi-ben-piantati-per-terra, che sappia testare con precisione le innumerevoli teorie dei vari Witten, Susskind e compagnia pensante, ci vuole! Senza, la M della M-theory finirebbe davvero con il fare equazione con “madness” e per la neonata Nuova Fisica, inutile dirlo, sarebbero dolori!

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