giovedì 23 agosto 2012

Miss Ghiacciolo - 1° parte. MONICA VALENTINI

Ah, l’amour, l’amour...! Quando ti cattura e ti avvinghia nelle sue spire, non hai scampo. È come un seme che porti nella tua mano: ce l’hai sempre a disposizione, magari senza sapere cosa farne, e fintanto che non lo pianti non potrà crescere. Ma una volta piantato, con le dovute cure, il seme germoglierà e diverrà una pianta rigogliosa e sempre verde che molti, ti assicuro, invidieranno. Sì, perché l’amore, quello vero, quello con la A maiuscola, è un privilegio per pochi e capita una sola volta nella vita. Quando ti prende, all’improvviso, ti ritrovi in un fiume in piena; provi a uscirne fuori prima che ti inghiotta e alla fine non puoi far altro che lasciarti trascinare dalla corrente. E la sensazione è così inebriante che ti sentirai ubriaco per il resto della vita. Parigi, Venezia, Vienna, Praga... Roma. Certo, il luogo, in fatto di cuore, gioca una parte essenziale. L’atmosfera, il panorama, la musica in sordina ti regalano il miglior palcoscenico sul quale tu possa esprimerti e saranno complici della tua felicità. A ripensarci ora mi viene da ridere, ma quando l’ho conosciuta e ne sono rimasto fulminato, c’era solo da piangere. Sì, sì, c’era proprio da piangere, ve lo assicuro. Per me era la ragazza più bella del mondo, lunghi capelli corvini, occhi da cerbiatta che si intravedevano dietro gli occhiali, una abbondante quarta misura... no, questo non è importante, non più. Sebbene all’epoca... Dunque, era una ragazza normale, quasi insignificante agli occhi dei più, tuttavia per me era incantevole. Era il lontano 1983, io ero poco più che vent’enne, e avevo festeggiato con gli amici il secondo scudetto della mia squadra di calcio preferita. Da buon romano ogni domenica che giocava la Roma mi recavo allo stadio, portandomi dietro una bandiera che era più grossa di me, per sventolarla e supportare gli undici in campo. Erano gli anni in cui il cellulare non esisteva ancora e neppure internet, tuttavia ci bastava poco per divertirci ed io trascorrevo quasi tutti i giorni con il mio migliore amico, Mattia. Io e lui eravamo cresciuti insieme, avevamo fatto gli stessi studi e solo al momento di scegliere la facoltà all’università avevamo preso due strade diverse: io biologia, lui lettere. La Sapienza ci aprì un mondo nuovo: lì le ragazze fioccavano ed io e Mattia ne facevamo incetta. A quel tempo tutti mi dicevano che io, con il mio fisico prestante, con il volto da far invidia a Paul Newman, avrei potuto aspirare al top, mirando a quanto di meglio il mercato potesse offrire; e in effetti avevo un notevole ascendente sul sesso opposto. Di certo le ragazze non mi mancavano, ne trovavo una diversa a sera; eppure, alla fine, mi sono innamorato di una donna normale, simpatica, intelligente... e fredda come il ghiaccio! Be’, inutile dirlo, è scattata la sfida. Ma andiamo con ordine. Mattia me la presentò un giorno a casa di amici, avvisandomi per tempo che le persone che avrei conosciuto quella sera erano matricole del primo anno di lettere, di cui una era sua amica, una certa Alessia. Questa ragazza, tanto bella quanto frivola, era accompagnata da un’amica all’apparenza banale, che si era presentata con il nome di Giulia. Dire che rimasi fulminato è un eufemismo. Io che non avevo mai creduto al classico colpo di fulmine, mi ritrovai trafitto da un dardo del perfido Cupido. Immediatamente, come un imberbe, sorrisi e diedi sfoggio del mio fascino e... Incredibile, eppure io, avvezzo a non dover mai chiedere nulla, mi ritrovai a fissare due occhi neri come la pece, che sembravano due fari in un volto non bello e un po’ spigoloso, che mi fissavano a loro volta con sorprendente indifferenza attraverso le lenti. Indifferenza? Com’era possibile? Io, l’uomo più ricercato dal gentil sesso, invidiato dagli amici, venivo studiato con indifferenza da una donna? Stuzzicato, rimasi a guardarla per tutta la serata mentre parlava con le amiche, con quel suo modo pacato e discreto che voleva passare inosservato e che, invece, calamitava l’attenzione. La mia attenzione. In un paio di occasioni la sorpresi a lanciarmi un’occhiata e tutte le volte che si accorgeva che io la fissavo si rigirava e buonanotte al secchio. Quella sera, come un fulmine a ciel sereno, mi resi conto che la mia vita era giunta a una svolta. Per la prima volta una donna mi provocava emozioni profonde, lasciandomi spaesato, in bilico su un baratro. Tutta la mia spigliatezza, rivolta al gentil sesso, crollò e mi ritrovai impacciato come un ragazzino alle prime armi. Nei giorni seguenti mi attaccai come la colla al fianco di Mattia, nella speranza di rivederla in facoltà, e alla fine il mio amico, esasperato dal mio atteggiamento inusuale, mi prese da parte domandando preoccupato: -Tutto bene? Da qualche giorno mi sembri un’anima in pena.- -Ah, io... Sì, sì, sto bene.- -Non ne sarei così sicuro.- ribatté scrutandomi con attenzione. A quel punto gli confessai che la ragazza che mi aveva presentato mi interessava molto e che avrei avuto piacere a incontrarla ancora. Ricordo che mi fissò come se fossi impazzito prima di dire: -Ti rammento che la conosco poco, ma da quello che mi ha detto Alessia posso asserire che un iceberg è più malleabile e caloroso di lei.- -Sì, sì, me lo hai già detto, però...- -Però sei cotto.- concluse per me. -Incredibile!- Sorrisi per minimizzare, le guance in fiamme come uno scolaretto alla sua prima interrogazione, e Mattia mi assestò una pacca sulla spalla, scoppiando a ridere. -Incredibile!- ripeté scuotendo la testa. Le prime due uscite furono con tutta la comitiva, in giro per Roma alla stregua di spensierati turisti, in realtà intenti, almeno noi maschietti, ad adocchiare la ragazza che ci camminava al fianco cicalecciando con l’amica. Era autunno, me lo ricordo bene, con gli alberi dai caldi toni del marrone e del giallo che perdevano le foglie come lacrime silenziose, il calore dell’estate appena conclusa che si riversava nelle famose ottobrate romane dove ancora vai in giro senza giubbotto e ti godi la città nella sua pienezza. Ed io lì, che sbirciavo il dolce dondolio dei lunghi capelli neri che sfioravano i fianchi a ogni passo della ragazza che mi aveva stregato il cuore. Era diventata una tortura starle vicino e non riuscire a dimostrarle i miei sentimenti. Lei non aveva mai dato segno di apprezzarmi, al contrario della sua amica che sovente mi lanciava occhiate inequivocabili. A parte pochi scambi di innocue frasi, del tipo: “Ciao, come stai”, oppure: “Bella giornata oggi”, per un paio di uscite non ci dicemmo altro. Del resto, lei faceva di tutto per ignorarmi, preferendo di gran lunga discorrere con gli altri membri della comitiva. Dovevo fare il primo passo, dovevo trovare il coraggio di uscire allo scoperto e alla fine, con il cuore palpitante, approfittai di un venditore di boccioli di rose rosse e ne comprai quattro, una per ogni ragazza che faceva parte della comitiva. Un gesto carino che non diceva nulla eppure poteva dir molto. Le consegnai una a una, ricevendo in cambio sorrisi e ringraziamenti cordiali e per ultima lasciai Giulia, alla quale diedi la rosa accompagnandola con un lieve inchino. In quel momento il mio cuore correva come un indemoniato, lo sentivo nelle orecchie come un tamburo battente, mentre attendevo che lei prendesse il regalo. Invece, rimase immobile a fissare il bocciolo e solo dopo un po’ accettò il mio gentile pensiero, accompagnandolo con questa frase: -Avresti fatto meglio a risparmiare i soldi.- Ecco: una doccia fredda mi avrebbe fatto meno male. Il mio misero tentativo di mettermi in mostra fallì. Così, mesto mesto, rientrai nei ranghi, sotto lo sguardo impietoso di due occhi color dell’ebano. Mattia mi venne in aiuto, prendendomi sottobraccio e costringendomi ad allontanarmi prima di sussurrarmi all’orecchio: -Provaci con le altre, mi sembrano più disponibili.- Sbirciai il gruppo di ragazze e mi accorsi che sorridevano e mi lanciavano occhiate che anche un cieco avrebbe capito; ma io, caparbio e innamorato, non ascoltai il ragionevole consiglio del mio amico. Qualche giorno dopo organizzammo un’escursione a quattro al centro della città per goderci ancora il sole, prima dell’arrivo dell’inverno. In quell’occasione avevo deciso io l’itinerario: fermata della metro Colosseo e da lì passeggiare lungo i Fori Imperiali, per raggiungere piazza Venezia e il Campidoglio e proseguire poi verso il teatro Marcello e l’attiguo Portico di Ottavia. Una bella e salutare passeggiata nella Roma imperiale che lei, amante della storia, non poteva non apprezzare. Sì, perché nel frattempo avevo preso informazioni su miss Ghiacciolo, esasperando Mattia con le mie reiterate domande da inquisitore. E avevo scoperto alcune cose che, all’epoca, non ritenevo importanti. Io, da buon romano, amavo la cucina, soprattutto quella casereccia e per me le escursioni dovevano avere un unico scopo: sedermi a tavola e mangiare un bel piatto di spaghetti all’amatriciana accompagnati da un buon vino color rubino. Che poi il ristorante si trovasse al centro della città o in periferia, non faceva differenza. E non ne aveva mai fatta per le ragazze che avevo invitato a cena per conquistarle dinanzi a un buon piatto. Invece, me tapino, scoprii che l’oggetto della mia conquista tutto amava fuorché la cucina. Riuscite a immaginare un romano che ha sempre e solo pensato a mangiare e alla sua squadra di calcio, ritrovarsi a fare i conti con una ragazza che non ama mangiare e non ama il calcio? Incompatibilità, senza ombra di dubbio. Avrei dovuto lasciar stare, come saggiamente suggeritomi a più riprese da Mattia e far sfoggio del mio fascino con altre ragazze ben più disposte; eppure il mio pensiero era sempre lì, fisso su di lei che neppure mi prestava attenzione. .... Monica Valentini

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