lunedì 27 agosto 2012

Miss Ghiacciolo - 3° parte. Monica Valentini

Lei mi guardò con condiscendenza, come se avesse capito il mio tentativo di dimezzare le distanze e subito dopo mi fece cenno di avvicinarci al pittore. Tolto dall’imbarazzo della mia stagnante ignoranza, sorrisi prendendo posto sullo sgabello che il ritrattista ci indicò e lei, udite udite, si accomodò sulle mie gambe con una naturalezza che mi lasciò di stucco. Proprio così: si sedette sopra di me e, benché fosse dicembre, iniziai a sudare freddo, mentre il suo profumo mi arrivava nelle narici come un pugno nello stomaco. Non l’avevo mai toccata prima e non seppi cosa fare, se passare il mio braccio intorno alla sua vita o rimanere rigido come un baccalà, con un sorriso da ebete dipinto sulle labbra. Alla fine non feci nulla: ci pensò il pittore, dicendo: -Avvicinate le vostre teste, per favore.- Lei sorrise, mi guardò un attimo, quindi si appoggiò contro la mia spalla e lì rimase. Ricordo che all’improvviso non vidi più nessuno nella piazza: né la gente, né le bancarelle, tanto meno il ritrattista. Ero consapevole solo di quel corpo appoggiato languido contro il mio e anche se eravamo infagottati nei giubbotti invernali, riuscivo a percepire le sue morbide curve. Sarei potuto morire in quell’istante preciso: quale migliore dipartita? Il mio misero cuore stava rivaleggiando con un centometrista e se non fossi riuscito a recuperare, sarei morto sul serio di infarto! Chissà se lei si accorse dello stato pietoso in cui versavo? -Che bella coppia!- udii esclamare. Era Mattia che mi sfotteva allegramente e che, senza ombra di dubbio, mi riportò con i piedi a terra. Lui e Alessia si materializzarono alle spalle del pittore e sorridevano fissando ora noi ora il ritratto che stava prendendo forma. -State venendo proprio bene.- commentò la svampita con tono critico. - Sembrate così intimi...- sospirò. Avvertii Giulia irrigidirsi e con noncuranza si sistemò gli occhiali sul naso, raddrizzando la testa. -No, signorina.- pregò il pittore. -Torni come prima, per favore.- Non fu la stessa cosa. Lei si appoggiò di nuovo contro la mia spalla ma sembrava uno stoccafisso, talmente era rigida e infastidita dal ritorno dei nostri amici. Quel cambiamento, anziché innervosirmi, mi entusiasmò: a quanto pareva, miss Ghiacciolo provava sentimenti! Iniziai a sperare che non le fossi indifferente e che solo la timidezza la frenasse, soprattutto dinanzi agli altri. E per provare, suggerii a Mattia: -Vi conviene girare ancora un po’, qui ci vorrà tempo.- -No, io sono stanca.- miagolò Alessia. Abbassai lo sguardo ai suoi piedi e notai i tacchi alti: decisamente era dura di comprendonio! Con un sospiro persi le speranze di poter rimanere ancora solo con Giulia e con pazienza attesi che il pittore portasse a termine il ritratto. Quando ce lo consegnò, rimanemmo per un attimo ancora seduti, come se staccarsi fosse stata una prova di forza, fin quando lei tirò su con il naso e si alzò, prendendo il cartoncino che l’uomo le porgeva. Rimasi in silenzio a studiarla e non mancai di notare un certo apprezzamento per l’opera. A quel punto mi alzai anch’io e mi avvicinai per prenderne visione. Rimasi perplesso: il pittore aveva colto la mia tensione, mentre Giulia appariva disinvolta e... calorosa! Incredibile! Quasi stavo per lanciarglielo in faccia, dicendogli che non eravamo affatto così, quando sentii Giulia mormorare: -È bellissimo.- Be’, allora le cose cambiavano! Soddisfatto pagai il compenso e mi rivolsi a miss Ghiacciolo: -Tienilo tu. Per ora.- aggiunsi ammiccando. -Per ora?- ripeté non capendo. Io sorrisi ma non risposi: volevo solo che lei avesse il mio viso sotto gli occhi ogni giorno, in attesa di appendere quel ritratto in casa nostra. Perché ora ero abbastanza sicuro che solo la timidezza frenasse i suoi sentimenti, mentre io già sognavo una vita insieme e avrei fatto di tutto per abbattere la sua corazza. E con la scusa di avere qualcosa in comune le scrissi su un foglietto il mio numero di telefono, mettendo a chiare lettere il mio nome: Alessandro. Quel giorno segnò la svolta. O almeno una parte. Non mi aspettavo che mi chiamasse, ma intanto un legame ero riuscito a stabilirlo e ogni giorno rimanevo attaccato al telefono, nella speranza mai morta che squillasse. Stavo diventando scemo appresso a lei: non mangiavo più, non studiavo più, non facevo più vita sociale, le discoteche erano di nuovo morte; però ero felice così. La mia mente era sempre proiettata al nostro futuro incontro, a quello che avrei potuto fare per farle capire quanto l’amassi e sempre più sovente ripensavo a una ipotetica cena a lume di candela. L’idea mi stuzzicava non poco e iniziai a vagliare i possibili ristoranti che, oltre all’intimità, avrebbero potuto offrire la romantica visuale di un tramonto romano. Riuscite a immaginarvi seduti a un tavolo rotondo, con la tovaglia lunga che arriva a toccare terra, i calici di cristallo bagnati da un buon Chianti, un vaso anch’esso in cristallo dove svetta una rosa, il cameriere in livrea che accende un candelabro d’argento con candele rosse e sullo sfondo le pennellate del sole che accarezzano il cupolone e fanno riflettere le guglie di tutte le chiese? Riuscite a immagine qualcosa di più intimo e romantico? Io già mi vedevo seduto a quel tavolo, con il calore del sole che risplendeva sul volto spigoloso di Giulia, rendendola quasi umana... Be’, finora avevo avuto a che fare con un ghiacciolo, eppure ero certo che sotto la scorza dura si celasse una donna sensibile e ardente, che avrebbe coronato le mie fatiche. Mi sembrava di stare ad assalire una rocca imprendibile! Fatto sta che Giulia non chiamò. Trascorse Natale e trascorse Capodanno che festeggiai a casa con i parenti più stretti, non avendo voglia di andare in nessun luogo. Giocare a tombola non mi era mai piaciuto, eppure quell’anno mi andò bene anche quello. Mi era sufficiente non staccarmi dal telefono. Quando sopraggiunse la Befana e finalmente l’apparecchio di Meucci emise il suo trillo, mi precipitai, sperando fosse la volta buona e quando udii la sua voce all’altro capo, quasi rimasi paralizzato. Avevo così tanto auspicato quella chiamata, che ora che stava accadendo mi accorsi di non avere parole. -Alessandro?- -S... sì.- risposi con il cuore in gola. -Ciao, sono Giulia.- Sì, lo so, avrei voluto rispondere, invece emisi un borbottio che neppure io riuscii a comprendere. Lei rimase in silenzio, un imbarazzato silenzio e solo dopo un po’ mormorò: -Scusa se ti ho disturbato.- -No no! Nessun disturbo. Buon anno!- mi precipitai a dire. -Grazie, buon anno anche a te.- -Già. Eccoci nel 1984. Chissà cosa ci riserverà di speciale.- Ma che stavo blaterando? Mi ero bevuto il cervello? Ecco: ora riuscite a capire in quale pietoso stato mi trovavo. Persino mio cugino che aveva dodici anni avrebbe dimostrato più raziocinio. -Ehm... Sì, scusa.- mormorai mentre tormentavo il filo del telefono con la mano libera. -Trascorse bene le feste?- -Sì, in famiglia. Senti, stavo guardando il nostro ritratto e ho pensato che stanotte arriva la Befana a piazza Navona...- -Sì!- esclamai con veemenza. -Ci vogliamo andare?- Subito dopo mi accorsi che ero stato troppo aggressivo nonché precipitoso e strinsi i pugni, maledicendo mentalmente la mia irruenza. Ora non avrei potuto biasimarla se si fosse tirata indietro: aveva a che fare con un pazzo. Così rimasi con il fiato sospeso, pronto a sentire la mannaia calare tra capo e collo. -In effetti era ciò che pensavo di proporti.- Oddio, quasi mi cedettero le gambe e sorridendo ebete proposi: -Se mi dai il tuo indirizzo passo a prenderti con la macchina.- -No, ci vediamo alla fermata della metro di Spagna e da lì facciamo una passeggiata fino a piazza Navona.- -Perfetto.- accettai. Ci mettemmo d’accordo sull’orario e mi preparai con cura, in vista del mio primo appuntamento. Incredibile, ma alla fine era stata lei a creare l’occasione, mandando al diavolo le mie fantasticherie su cene romantiche a lume di candela. Comunque sia, quando ci incontrammo a piazza di Spagna, faceva un freddo boia, l’alito si condensava, eppure tanta gente affollava Trinità dei Monti e la famosa scalinata. Dopo i convenevoli, le domandai se voleva sedersi sulla Barcaccia, ma lei scosse la testa e allora ci avviammo lungo via Condotti illuminata a giorno da centinaia di lucine natalizie. Camminare da soli, per la prima volta, mi sconvolse. Avrei voluto prenderle la mano, però sapevo che non avrebbe gradito, quindi parlammo del Natale e dei regali ricevuti. Osservarla di profilo, con le luci al neon dei negozi che le facevano da contorno come un’aureola, mentre raccontava spigliata delle feste, mi scaldò il cuore. Se la guardavo con distacco mi rendevo conto che non era bella, eppure non riuscivo a staccarle gli occhi di dosso. Ero calamitato e non vedevo altro intorno a me: per me esisteva solo lei, imbacuccata nel giubbotto, che alternava attimi di silenzio a scambi di battute e quando alla fine giungemmo a destinazione, ci accorgemmo che la piazza era così gremita che ci saremmo potuti perdere. -Forse sarà maglio tenerci per mano.- -Perché?- domandò lei sgranando gli occhi. -Così non ci perdiamo.- La vidi scrutare la gente accalcata che attendeva la Befana, i bambini accovacciati sulle spalle dei padri per vedere meglio e per non essere schiacciati dalla folla e accettò. Sebbene indossassimo i guanti, avvertii un brivido che dal braccio mi salì fino al cuore e in quell’istante non avvertii più freddo. Mi sentivo al settimo cielo: tenevo per mano “la mia donna”. Sì, ok, ancora non lo era, tuttavia io la sentivo già mia. Così, mentre attendevamo l’arrivo della vecchietta tutta brufoli e porri a cavallo di una scopa di saggina, provammo a fare un giro tra le bancarelle, chiacchierando di nulla in particolare. Alla fine, esausti per il continuo tentativo di aprirci un varco tra la moltitudine, ci avvicinammo alla fontana dei Fiumi e ci mettemmo seduti. -Se avessi immaginato che c’era tutta questa gente...- iniziò lei. -Se avessi immaginato quanto sei bella ora, non mi sarei perso questo attimo per nulla al mondo.- La vidi arrossire, sì proprio arrossire e certamente divenni purpureo anche io, perché non mi aspettavo che dalla mia bocca uscissero simili parole. Dovevo essere proprio cotto a puntino! Bruciato addirittura. -Grazie, ma so di non essere bella.- -Per me lo sei.- Osai alzare una mano per scansarle un riccio dal volto e lei si irrigidì. Allora lasciai stare e rimasi in silenzio, temendo di impaurirla con la mia irruenza. Solo quando lei si rilassò tornai a respirare normalmente. Quando arrivò la mezzanotte e tutti applaudirono l’arrivo della Befana che avrebbe dispensato dolciumi e carbone, io e Giulia restammo immobili seduti sulla fontana a guardarci con un sorriso. Credo che se in quell’istante mi avesse chiesto di dimostrarle il mio amore gettandomi nell’acqua gelida lo avrei fatto senza neppure riflettere. Ero così preso da lei che non vedevo altro. E quando mi prese una mano tra le sue, non esitai a passare quella che mi rimase libera dietro la sua nuca per tirarla a me e baciarla. Immaginate la mia sorpresa quando mi resi conto che miss Ghiacciolo rispondeva a quel bacio come se non stesse aspettando altro! Era quasi un invito a nozze! Rimanemmo solo noi, abbracciati e indifferenti alla bolgia umana che ci circondava, consapevoli solo l’uno dell’altra e quasi vidi Cupido che mi faceva l’occhiolino! Ah, quel putto birichino mi ha dato filo da torcere! Ma ora ero l’uomo più felice del mondo e quando mi allontanai per guardarla negli occhi attraverso le lenti degli occhiali, lei sorrise con le gote rubiconde. Da quel momento non abbiamo più smesso di sorridere e di ridere insieme. L’aver compreso che la sua alterigia in realtà era solo timidezza, mi aveva spalancato le porte della conquista. Sono trascorsi tanti anni, tuttavia sono ancora innamorato come il primo giorno. Anche se... In realtà miss Ghiacciolo non sparì del tutto. E sapete perché? Perché io volevo a tutti i costi regalarle la cena romantica, quella con tanto di candele e Chianti. E quale migliore occasione del nostro primo San Valentino insieme? Sì, lo so che lei non amava il cibo, eppure per me quella cena era un altro modo per dimostrarle il mio amore. Così, mentre la nostra storia iniziava a mettere radici, io, povero scemo, mi misi di cuore a preparare un indimenticabile San Valentino. E memorabile lo è stato per davvero! Dunque, il sei febbraio festeggiammo il nostro primo mese che stavamo insieme e mi presentai a casa sua con un semplice mazzo di rose rosse. E nel frattempo facevo lavorare i due neuroni che avevo nel cervello su come farle la sorpresa per il giorno degli innamorati. In quel periodo eravamo entrambi impegnati negli esami, tanto che non andai neppure allo stadio a vedere giocare la mia Roma. Eppure riuscii a trovare il tempo ogni giorno per dedicarmi alla sorpresa. Innanzitutto dovevo trovare il ristorante giusto. E per giusto era basilare che non fosse a base di pesce, giacché miss Ghiacciolo non amava neppure il pesce. Così scavai nella memoria, alla ricerca di un posto indimenticabile. Non era facile: il luogo doveva essere raffinato, sobrio, discreto e non doveva costare troppo, visto che ancora studiavo. Inoltre doveva trovarsi nel centro di Roma, per creare la giusta atmosfera. Insomma, per farla breve, alla fine mi gettai sulle pagine gialle e le sfogliai alla ricerca disperata di un ristorante che facesse al caso mio. Quando stavo per perdere le speranze, alla fine lo trovai. Discreto e raffinato, adiacente il Pantheon. Non è mica da tutti i giorni ritrovarsi a mangiare con la vista diretta su quel monumento che lei avrebbe certamente apprezzato! Un pomeriggio andai per vedere con i miei occhi e per parlare con il proprietario. L’uomo, una persona disponibile e affabile, accondiscese a ogni mia richiesta, consigliandomi anche su alcune cose che mi erano sfuggite ed io tornai a casa con l’animo più rasserenato, pronto a mettere in atto il piano. L’idea era semplice: una volta trovato il ristorante, avrei portato poco prima della cena una composizione floreale sul tavolo a noi assegnato, corredata di candele profumate e cuoricini sparsi sulla tovaglia. Inoltre, ma non per questo di minor importanza, avrei fatto trovare anche un biglietto scritto di mio pugno per rinnovarle il mio sentimento accompagnato da un peluche che riproduceva un pinguino. Sì, sì, un pinguino. Del resto, a miss Ghiacciolo non poteva piacere il semplice e tenero orsacchiotto: esprimeva troppo calore. Lei amava i pinguini, animali avvezzi al gelo come lei. Avete idea di quanto tempo abbia impiegato per creare una simile serata? E riuscire a trovare un menu che le si confacesse insieme al disperato proprietario? Il poveretto mi aveva elencato i migliori piatti che un romano potesse sognare, dalla coda alla vaccinara alla pajata, dalla carbonara all’amatriciana, con il risultato che io avevo già l’acquolina in bocca al solo immaginare questi succulenti piatti e, purtroppo, avevo dovuto rinunciare. Sia ben chiaro che Giulia non amava mangiare determinate cose, mentre si ingozzava di riso in bianco, cialde di riso, supplì di riso, crema di riso... riso, ovunque riso! Come si può sopravvivere solo mangiando riso? L’alternativa erano quintali di dolciumi. Ok, tralasciamo i suoi problemi alimentari che, tra l’altro, erano diventati anche i miei, feci i salti mortali con il proprietario del ristorante per stilare un menu per l’occasione. Insomma, riuscii in pochi giorni a confezionare una serata indimenticabile, dedicandomici anima e corpo, solo ed esclusivamente per lei. Così, quella sera, dopo aver preventivamente fatto il giro dal fioraio al ristorante, andai a prendere Giulia e la condussi al locale. Ovvio che, prima della cena, lei abbia voluto fare un salto all’interno del Pantheon, giusto per porgere i suoi saluti agli illustri ospiti lì sepolti, soprattutto Raffaello. Ed io dietro, contento solo di renderla felice. Che dire? Era la prima volta che mettevo piede lì dentro e questo mi fece un pochino vergognare, poiché c’era gente che giungeva da ogni parte del mondo per vedere quella basilica mentre io, romano, non ci ero mai stato prima! Però conoscevo benissimo lo stadio, il nostro Olimpico. Va bene, non è la stessa cosa, ma che volete farci? Quando gli interessi non si incontrano... si incontrano di questi imprevisti. Insomma, per farla breve, dopo il nostro giretto turistico all’interno del Pantheon, scortai miss Ghiacciolo verso il ristorante, sentendomi ribollire il sangue per l’aspettativa. Il locale era avvolto dalla penombra, rischiarata da alcune luci soffuse che creavano un’atmosfera accogliente e intima. Come mi vide, il proprietario ci venne incontro con un sorriso disarmante e con estrema galanteria ci fece cenno di seguirlo. Era San Valentino e c’erano molte coppie sedute ai tavoli, ma il nostro era speciale e subito mi resi conto che gli avventori non aspettavano altro che vedere i fidanzati cui era destinato quel particolare tavolo. Di certo avevo risvegliato l’attenzione dei presenti e questo deponeva a favore di tutta la mia opera. Giulia scorse subito il peluche e notai che le brillarono gli occhi. Si girò a guardarmi ed esclamò: -Grazie! È bellissimo!- Io sorrisi in risposta e, galante come sempre, le spostai la sedia per farla accomodare, quindi presi posto di fronte a lei. La studiai mentre guardava la composizione di fiori, le candele e i cuoricini e notai la sua aria perplessa. Stavo per consegnarle il mio biglietto di auguri, dove avevo messo a nudo il mio cuore per lei, quando la vidi alzare la testa, sorridermi e dirmi: -Si vede che non hai proprio nulla da fare.- Non saprei dirvi che faccia feci; ricordo solo che mi cadde la mascella sul tavolo e lì rimase. Ecco: questo era il ringraziamento per le giornate trascorse a spendermi per lei, per farle una sorpresa e mostrarle per l’ennesima volta il mio amore. Ero io il pazzo o lei che, nonostante tutto, continuava a rimanere un ghiacciolo? Quel San Valentino rimase memorabile, esattamente come avevo previsto. Ma non nel modo sperato. Ogni tanto glielo ricordo e lei scuote la testa, ripetendo che in realtà aveva gradito tantissimo la sorpresa e che la sua frase era solo volta al fatto che all’epoca era impegnatissima tra esami e nuovo lavoro e che non aveva avuto tempo per farmi un regalo. Ma che volete farci? Non è colpa sua, bensì di Cupido che mi ha straziato il cuore con i suoi dardi malefici. E la sapete una cosa? Ho continuato imperterrito e innamorato a farle sorprese per il solo gusto di renderla felice. Non dimenticherò mai le nostre passeggiate per Roma, abbracciati e baciati dai raggi del sole, le nostre cenette romantiche, soprattutto i suoi rimbrotti quando sbagliavo a scrivere una parola! Però sapevo che mi amava, perché aveva imparato pazientemente a guardare le partite della Roma insieme a me, lei che non sapeva neppure cosa fosse il calcio. Ma se S. Valentino risultò indimenticabile, è altrettanto vero che non dimenticherò mai la nostra prima vacanza insieme. Memorabile anche quella! In generale io ero avvezzo a trascorrere l’estate in riva al mare, insieme a Mattia e agli altri componenti della comitiva che si era formata nel corso degli anni e speravo di portarci Giulia per mostrarle le bellezze del mare siciliano. Già pregustavo le nuotate tra le scogliere, immersi tra pesci variopinti e crostacei ed ero certo che le avrebbe fatto piacere stare a contatto con gli animali che lei amava. Invece dovetti chinar la testa di fronte al suo diabolico piano: anche lei voleva mostrarmi i luoghi dove era cresciuta e addusse la scusa che la Sicilia era lontana mentre l’Umbria era più a portata di mano. Così, ignaro di quello che sarebbe accaduto, accettai con entusiasmo. Partimmo in pieno luglio, lasciandoci alle spalle una Roma cocente, dove la temperatura raggiungeva i 40 gradi e dove la notte non riuscivi a dormire perché le lenzuola ti si attaccavano al corpo madido di sudore e ci dirigemmo in un luogo meglio refrigerato. O così pensavo. Non avevo mai visto l’Umbria, non perché non mi piacesse, ma solo perché non c’era il mare che per me, d’estate, è fondamentale. Quando giungemmo a Passignano, mi resi conto che faceva caldo anche lì, a dispetto del lago dove, su dei mini fazzoletti di sabbia, le persone prendevano il sole. Mi rassegnai a dover scambiare il Tirreno con il Trasimeno. Tuttavia, questa mia visione si infranse nuovamente quando lei, con la sua solita gelida calma, mi fece presente che non saremmo andati sul lago, bensì in giro tra Umbria, Toscana e Marche! Giuro che lì per lì non compresi appieno il recondito significato di quelle apparenti semplici parole. -Che vuoi dire?- domandai con una punta di panico nella voce. -Voglio dire che qui a casa torniamo la sera, dopo che ti avrò mostrato le bellezze che circondano questa terra.- Rimasi senza parole. Le mie vacanze, dopo un anno di studi, si riducevano a un tour de force sotto un sole abbacinante, a visitare luoghi bellissimi, indubbio, ma che io non riuscii ad apprezzare per colpa della calura e della stanchezza. La giornata tipo si svolgeva così: sveglia la mattina intorno alle otto, unico momento ancora fresco della giornata, abbondante colazione e partenza per un’amena località. Visitato questo luogo in lungo e in largo, persino il vicolo cieco perché possedeva anch’esso la sua bellezza, breve sosta per un pranzo al sacco sotto il refrigerio di circa 40 gradi, il mio corpo che grondava sudore come una fontana, e di nuovo in partenza per un'altra località. Anche qui osservare la singola pietra, perché tutto è coperto di storia, continuare ad ascoltare lei che ti spiega le vicende del luogo senza versare neppure una goccia di sudore, scattare foto a ogni angolo, quindi rientrare a casa, farsi la doccia e morire sul letto! Vi immaginate trascorrere quindici giorni così? Miss Ghiacciolo sprizzava euforia da ogni poro mentre mi mostrava Firenze, Arezzo, Siena, Perugia, Assisi, Urbino e chi più ne ha più ne metta. Rimaneva incantata di fronte a una roccaforte, a un palazzo rinascimentale, a una piazza, a una chiesa romanica o ad un dipinto. Instancabile nel camminare, fresca come una rosa, come se la canicola non la sfiorasse neppure, mentre io arrancavo, sbuffavo come un cetaceo, non capivo più se mi trovassi in Umbria o in Toscana, assetato e affamato e con le visioni del mare! Quell’estate girai come una trottola, macinai chilometri in macchina e a piedi, tanto che avevo le gambe a pezzi e la testa piena di ricordi confusi. Chiaramente provai a suggerirle di allentare, di evitare di andare in giro ogni giorno fino a sera e sapete cosa mi ha risposto? -Ma come, non vuoi scoprire la storia di questi posti? Non ti dà i brividi sapere che qui Annibale sconfisse i romani nella famosa battaglia del Trasimeno? Se ci fermiamo non potrò mostrarti queste meraviglie.- Me tapino! Dire che ero disperato e sull’orlo di una crisi isterica era dir poco! Che me ne importava se lì ci fosse stata la battaglia del Trasimeno? A me importava rinfrescarmi dal caldo, mangiare per non collassare e riposarmi per poter affrontare un nuovo anno con rigenerate energie! Invece mi stavo spendendo per andare a vedere luoghi che neppure nei miei peggiori incubi sarei andato a visitare! Per carità, non che non apprezzassi le bellezze nostrane, ma le avrei apprezzate maggiormente con più calma, dilazionandole nel tempo. Invece così fu uno sfinimento. Tornai a Roma morto. Giulia tornò a Roma con il sorriso sulle labbra e rigenerata per affrontare un nuovo anno. Questo per palesare quanto lei tenesse a me. Oh, senza ombra di dubbio lei era sicura di avermi fatto piacere nel mostrarmi tutte queste meraviglie e non perdeva occasione per raccontare dei giri che avevamo fatto, esaltandosi nell’ostentare le decine di foto scattate a ogni monumento. E Mattia che mi sbirciava di sottecchi, sogghignando divertito, mentre Alessia squittiva dinanzi all’immagine del palazzo ducale di Urbino. Io so solo che quell’anno le mie agognate ferie andarono a farsi benedire e solo in autunno i miei piedi persero l’ultima vescica che ancora mi doleva. .....

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BENVENUTO
....a te lettore che passi, ricorda che le parole resteranno e ti sopravviveranno, perciò pesale.