martedì 28 agosto 2012

Miss Ghiacciolo - 4° e ultima parte. Monica Valentini

Tuttavia, a dispetto del mio amore contro la sua freddezza, ci siamo sposati. Ma pensate sia stato facile sposarci? Ingenui! Quando già stavamo insieme da alcuni anni e constatato che il nostro rapporto era consolidato, una sera ebbi il macabro coraggio di chiederle di sposarmi. Del resto, una volta conseguita la laurea e trovato un lavoro, mi sembrava la cosa più naturale. Avevo sempre pensato fosse il sogno di ogni donna giungere all’altare e mettere su famiglia e con il cuore in mano le feci la fatidica proposta. Invece, contro ogni più deprimente prospettiva, lei non trovò niente di meglio da rispondermi: -Non ci penso proprio!- Deprimente prospettiva? Scusate l’eufemismo. Il rifiuto categorico mi lasciò di stucco e con l’amino a pezzi. Non voleva sposarmi e questo mi suonò come un campanello di allarme. Per quale motivo non desiderava coronare il sogno di ogni donna? E la prima risposta che mi diedi fu che non mi amava a sufficienza. Poi sopraggiunse una risposta ben più allarmante: c’era un altro! Vi lascio immaginare la depressione in cui precipitai e a nulla valsero le parole confortanti di Mattia. Sì, perché piangere sulla spalla del mio amico ultimamente era diventata la routine: immaginatevi intenti a creare qualcosa di speciale in ogni occasione e, sistematicamente, sentirvi dire che quel qualcosa in realtà non è nulla! A quel tempo avrei già dovuto sviluppare una corazza contro il gelo di miss Ghiacciolo; invece no, continuavo a rimanere privo di difese contro un iceberg. Insomma, iniziai a pensare sul serio che tra noi, tra il nostro idillio, si fosse incuneata una terza persona. Oddio, se proprio andiamo a vedere bene, l’idillio l’avrei ceduto volentieri se questo significava trovare in alternativa una donna che avrebbe apprezzato il mio amore. Ma, torno a ripeterlo, io ero cotto, bruciato dal ghiaccio. E, povero me, lo sono ancora! Comunque, da quella risposta scaturì un evento drammatico. Ero al lavoro e mi arrovellavo il cervello nel tentativo di elaborare il gran rifiuto, quando un collega, per distrarmi, mi invitò al bar a prendere un caffè. Purtroppo al bar non ci giunsi mai. In realtà giunsi al pronto soccorso. Sì, perché mentre io e il mio collega attraversavamo la strada, un motorino mi investì e mi fece fare un volo di qualche metro, lasciandomi privo di sensi sull’asfalto. Quello che ricordo furono le sirene dell’ambulanza che mi riportarono al presente e da quel momento avvertii il dolore delle ossa fratturate. Il mio collega era esagitato e spiegava la dinamica ai paramedici, mentre la polizia faceva i rilievi tra me e il motorino a terra. Poco più in là, bianco come un lenzuolo, il ragazzo che mi aveva investito tremava per lo shock e poco ci mancasse che soccorressero lui anziché me! Ecco: se avessi pensato un po’ più a me piuttosto che a Giulia, avrei visto il motorino e lo avrei schivato, evitandomi le dolorose fratture e le escoriazioni. Fatto sta che al pronto soccorso mi fecero le lastre, riscontrando anche un trauma cranico e mi ricoverarono dopo avermi ingessato come una mummia. Be’, proprio una mummia no, però un braccio e una gamba sì. I miei genitori giunsero per primi e Giulia dopo che il mio collega l’aveva avvertita. Se non fosse stato per il trauma cranico e il dolore, avrei giurato che fosse sconvolta! Figuriamoci! Eppure, da dietro gli occhiali, notai i suoi occhi lucidi, pieni di lacrime che lei si sforzava di non far uscire. Volle sapere cosa fosse accaduto e quando, un paio di giorni dopo, incrociò il responsabile che era venuto a farmi visita e scusarsi per l’incidente, quasi lo fulminò con lo sguardo. In quell’occasione presi coscienza che il ghiaccio con il quale si corazzava era uno scoglio contro cui tutti si scornavano. Ho ancora chiara nella mente, come una fotografia, la scena che si svolse accanto al mio letto di ospedale: il ragazzo, un giovane pennellone con tanto di chiodo e capello lungo, ripiegato su se stesso di fronte a Giulia, uno scricciolo al confronto, che lo bacchettava sulla sua condotta irresponsabile. Se avessi potuto mi sarei messo a ridere, ma non mi sembrava il caso né il luogo adatto. Eppure non riesco a dimenticare questo poveretto che, a detta dei canoni dell’epoca era un tipico dark metallaro punk da tenere a rispettosa distanza, rimanere senza parole, intimidito dall’arringa della mestrina occhialuta che lo sculacciava a parole. È chiaro che dopo quella visita non si fece più vivo; e chi l’avrebbe biasimato? Rimasi in ospedale per un bel po’ di tempo, quindi mi spedirono a casa fino a quando non avrei tolto il gesso. Dopodiché feci avanti e indietro presso una struttura qualificata per la riabilitazione degli arti offesi. In tutto questo contesto Giulia mi rimase sempre al fianco, ove fattibile con gli impegni lavorativi. Per certo misi su qualche chilo, giacché mia madre provvide a cucinarmi ogni tipo di leccornia che sapeva farmi impazzire. Se avessi atteso che fosse stata miss Ghiacciolo a cucinare... sarei morto di fame! Poverina, lei ci provava a stare tra i fornelli, ma erano due entità inconciliabili: tutto quello che riusciva a preparare, era insipido e insulso. Era riso. Provò a farmi le fettuccine ai funghi porcini, sebbene secondo me fossero solo fettuccine in bianco poiché di fungo ce n’era uno solo. Provò a fare una torta rustica con la ricotta di cui vado ghiotto, ma al posto della ricotta fresca mise la ricotta salata e... vi lascio immaginare il risultato. Avrei pianto quando mi annunciò che avrebbe cucinato i piselli e mi presentò nel piatto palline nere invece che verdi: aveva solo dimenticato i piselli sul fuoco. Per non parlare del petto di pollo all’erba cipollina! Fu bravissima a lasciar macerare il petto di pollo nel latte, ma quando si trattò di mettere il tutto sul fuoco, non trovò niente di meglio che buttare via il prezioso latte con il quale il petto di pollo andava cucinato! Giustamente avrei potuto prendere la palla al balzo del suo rifiuto a sposarmi come una manna dal cielo, perché sfido qualsiasi uomo normale e ragionevole, praticamente sano di testa, a voler trascorrere il resto della propria vita accanto a un ghiacciolo che, per giunta, non sa neppure cucinare! Mi sarei dovuto rassegnare a trovarmi una donna calorosa e di buona forchetta, insomma una classica donna romana che mi avrebbe coccolato e viziato anziché trascinarmi in giro per l’Italia come se fossi ai lavori forzati; invece no. Il destino mi regalava la libertà, me la donava su un piatto d’argento, anzi d’oro, ed io la ricusavo! Si può essere più scemi? Mattia, che mi veniva a trovare con regolarità, mi fissava con i suoi occhiacci, come a volermi dire: te l’avevo detto! Eppure, sebbene mi trovassi razionalmente d’accordo con lui, il mio cuore non voleva sentir ragioni. Non menzionai più la possibilità di convolare a giuste nozze, la ferita mi doleva ancora e solo quando mi ristabilii del tutto dall’incidente, Giulia mi fece una sorpresa: aveva prenotato un fine settimana a Verona. Il mio primo pensiero fu che sarebbe stata un’ammazzata, al pari delle ferie, perché avremmo trascorso più tempo in macchina per andare e tornare che goderci la cittadina. Però, per farla contenta, mi mostrai felice. Insomma, felice è un termine ampolloso, ma tant’è. Il mio secondo pensiero fu: e cosa ci andiamo a fare nella città degli innamorati per antonomasia? Però, da bravo fidanzatino, nascosi quest’ultimo pensiero dietro un caloroso sorriso. Così, un venerdì sera partimmo e a notte inoltrata giungemmo a Verona. Il giorno dopo iniziammo il tour de force: l’Arena, il castello e, infine, la casa di Giulietta. Avevo sempre ritenuto che fosse una leggenda la casa della Capuleti, invece mi dovetti ricredere: i turisti facevano la fila pur di farsi fotografare sotto il famoso balcone. Ed io stesso rimasi a occhi sgranati quando miss Ghiacciolo chiese a un signore di scattarci una foto. Lei che desiderava essere immortalata insieme a me sotto il balcone più romantico del mondo? Stentavo a crederci! Eppure, a dispetto dei miei pregiudizi, ci mettemmo in posa abbracciati e lì, come se l’idea le fosse venuta in mente solo in quell’istante, mi fissò, sorrise e disse: -Sì, ti sposo.- Suppongo di aver fatto una faccia strana, perché i presenti si misero a ridere, ma ero troppo preso da quelle semplici parole per rendermi conto che i turisti avevano iniziato a scattarci foto. E qualcuno applaudì pure quando, nell’impeto della felicità, sollevai Giulia di peso, la strinsi a me e la baciai. Chissà, in questo momento in giro per il mondo ci sono le nostre foto sotto il balcone di Giulietta che fanno sognare a occhi aperti chi ci guarda. Certo, se conoscessero miss Ghiacciolo, si ricrederebbero, ma questo non ha importanza. Ecco, questa è stata la mia avventura nel conquistare la donna che amavo. Non l’avrei mai detto, eppure la nostra storia, che all’inizio sembrava non avere futuro, si è sempre più consolidata. I nostri due figli hanno sempre riso quanto raccontavo come avessi fatto breccia nel cuore della loro mamma e ogni tanto anche io e Giulia ci prendiamo la briga di riderci sopra. E cosa c’è di più bello che una sana risata in compagnia della donna amata?

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BENVENUTO
....a te lettore che passi, ricorda che le parole resteranno e ti sopravviveranno, perciò pesale.