mercoledì 20 febbraio 2013

LUIGI E IL DELFINO. Tratto da "All'ombra dell'Albero del sonno"


LUIGI E IL DELFINO

Luigi è mio figlio e il Delfino è…un Delfino.
Luigi appartiene al Regno Animale, anche il Delfino appartiene al Regno Animale.
Luigi e il Delfino appartengono al Philum Cordata e Subphilum Vertebrata. Hanno entrambi la stessa classe di appartenenza: Mammalia, cioè Mammiferi.
Ma Luigi è dell’Ordine dei  Primati e il Delfino di quello dei Cetacei.
Luigi appartiene alla specie degli Homo Sapiens Sapiens, il Delfino no, è sensibile, intelligente ma non è Sapiens Sapiens.
È bellissimo guardare Luigi quando fa le sue evoluzioni al mare. Vedere le gocce d’acqua rotolare sulla sua schiena perfetta, soffermarsi un momento attaccate lì dalla tensione superficiale, prima di scivolare su quelle spalle larghissime da culturista.
È bello guardarlo mentre, leggero come un Delfino, entra in acqua, quasi al rallentatore, prima le mani, grandi come remi d’un’antica nave greca, poi gli avambracci, puro acciaio temperato, i bicipiti forti, lunghi da rematore di ‘galera’, mentre i capelli ricci e duri affrontano l’acqua come i rovi la pioggia e infine spalle, dorso, glutei, cosce e polpacci; un vero ‘Titanic’ nell’ultimo atto dell’affondamento. Questo non tornò mai più da quel tuffo nell’Atlantico a 41° di Latitudine Nord, ma il ‘Mio Titanic’ riemerge sempre, tutte le volte, gli occhi che si fondono con l’acqua e le labbra che si schiudono in magici sorrisi, come ninfee negli stagni d’oriente.
Be’, ho divagato un po’ troppo e sicuramente tanta melassa avrà infastidito, ma mi chiedo per un attimo  quali possano essere le sensazioni di una madre che vede nascere il proprio bambino. E non soltanto nella specie ‘Sapiens Sapiens’,  ma anche in tutte le specie Mammifere e molto probabilmente anche nelle Ovipare.
Ogni piccolo che viene al mondo è una gioia speciale per la propria mamma. Ecco il punto. La Natura o Dio o comunque il Creatore ha regalato questa prerogativa solo alla femmina. Il maschio appartiene ai mammiferi ma non ha il dono di quella sensazione speciale. La ferocissima tigre o la dolcissima Signora Enza, mia madre, quando guardarono nascere il proprio piccolo, piansero, ognuna a modo suo, di gioia. Perché, ne sono più che certo, la sensazione di una maternità è IDENTICA in ogni essere vivente. Perché Dio o il Creatore ha voluto fare questa discriminazione tra il maschio e la femmina, tra la sensazione di maternità, vera, forte, ‘feroce’ e quella di ‘paternità’, diversa, meno viscerale? Non c’è una risposta. Il sentimento non è un valore misurabile con gli strumenti umani, non è una molecola biochimica che puoi scomporre nei suoi amminoacidi costituenti, non è una sequenza nucleotidica che puoi replicare.
Il sentimento, e quello della maternità  in particolare, è una cosa eterea, metafisica, dello spirito.
Sì dello spirito, anche per gli animali ‘Non Sapiens’.
Non vogliamo adoperare la parola ‘spirito’ perché turberebbe il rispettabile ateismo di alcuni? Diciamo allora, della mente.
Sì, sappiamo che in alcune zone cerebrali si concentrano alcune sensazioni, ma un conto sono le zone cerebrali e un altro le sensazioni stesse. Sarebbe come a dire che siccome il sole tramonta a oriente, sarebbe sufficiente spostarsi sulla collina orientale… per acchiappare il sole. Quanti da bambino hanno immaginato di poter fare?

Avevamo da pochissimo cambiato casa ed eravamo tutti felici ed eccitati per la bellezza della nuova residenza. Luci, colori, piante, aria, vista, tutti i sensi erano stimolati dal nuovo ambiente e da un mese appena godevamo di queste sensazioni. Era Maggio e da sinceri devoti della Madonna ci preparavamo ad accogliere il Simulacro della Madonnina in casa nostra. Un giorno, come nelle favole in cui arriva la strega cattiva, Luigi si lamentò di un dolorino che attribuii a uno strapazzo eccessivo con le altalene dei giardini pubblici. Durante la notte però il dolore si riacutizzò e dovetti sedarlo con un antidolorifico. Passò ma la mattina, alla palpazione si esacerbava e così lo portai dal mio amico e collega Natale. Ottimo Urologo, eccezionale ecografista, bravo patologo, impiegò dieci secondi a fare diagnosi: ‘Idatide del Morgagni, ritorta’. Una cosa da poco ma che necessitava di un intervento  chirurgico. Non si poteva rinviare o ‘ghiacciare’ il processo patologico.
Occorreva intervenire, presto, per evitare peggiori conseguenze.
Mi accorsi, allora, che stavo perdendo la calma. Da dispensatore di serenità e sonno, diventavo Utente di ansie, timori, terrore. ‘Mio figlio va sotto i ferri – pensai – dieci anni appena compiuti e dovremo operarlo’.
Èstrano come le cose quando toccano gli altri le senti distanti, le guardi da una dimensione superiore, quasi dal-l’Iperuranio Platonico. Appena toccano te, ti sfiorano appena, capisci quale possa essere la sensazione di chi affonda nelle sabbie mobili o del cucchiaino che affonda nel miele, della galassia dentro il buco nero.
Cercai subito di aggrapparmi a qualcosa, cercai forza in mia moglie ma capivo, dentro, che facevo come chi non sa nuotare e si aggrappa all’altro naufrago, suo compagno di sventura, anch’egli incapace di nuotare. Allora cercai di portare alla mente gli insegnamenti che do ai giovani che iniziano il mio lavoro: ‘Fermati, respira profondo, conta fino a venti, trattieni ancora il fiato, respira ancora… ecco, è tutto a posto, adesso’. Lo feci a me stesso: riacquistai la calma. “Va bene Natale, – risposi al mio collega– dammi il tempo di eseguire il protocollo preoperatorio e andiamo in Sala”.
Luigi aveva intuito qualcosa ma i suoi dieci anni non gli consentivano di comprendere fino in fondo quello che si preparava per lui. Mi guardava coi suoi grandi occhi scuri e quasi temeva di farmi la domanda che gli traboccava dal cervello: “Dovete operarmi?”, mi accovacciai (allora era di molto più basso di me, adesso è un metro e ottantacinque) e gli parlai con calma: “Hai capito, vero cucciolo? Dobbiamo togliere quell’af-farino che ti provoca il dolore e ti fa star male e dobbiamo farlo in Sala Operatoria”.
“Farà… male?”, disse balbettando, quasi incamerasse già in quel momento nel suo bagaglio mentale il dolore che avrebbe sentito dopo.
“Ma no, tesoro, non sentirai nulla. Ci sono io con te. E che papà Anestesista sarei allora?”
“Ma allora mi addormenti tu?”, replicò soddisfatto.
“Certo e chi altri sennò? Ricordi il gioco che facevamo quando, piccolino, tre o quattro anni, ti chiedevo: Che lavoro fa il tuo papà? E tu rispondevi : Addormenta i bambini… così. E adagiavi la testa di lato, come chi dorme?”.
Sorrise, aveva già scordato il bagaglio del dolore, adesso c’era quello della fiducia e della curiosità.

Chiamammo la mamma in Ufficio, erano quasi le 13,00 e di lì a venti minuti sarebbe andata a casa. “Vieni direttamente in Ospedale – le dissi – Luigi va operato ma stai tranquilla ci sono io qui con lui”.
La sentii in ansia e mi disse solo: “Arrivo subito”. E arrivò subito. Il suo Capufficio si era premurato di accompagnarla in macchina fin sotto l’Ospedale ma lei, efficiente com’è, aveva avuto il tempo di passare da casa, raccattare il pigiamino del figlio, un paio di cambi e mi aveva raggiunto al terzo piano. Mi vide sereno e si rasserenò.
Il prelievo e l’ECG furono eseguiti a tempo di record. La notizia che si operava mio figlio si sparse molto in fretta e la solidarietà  e l’affetto dei colleghi e del personale non si fece attendere.
Chi avrebbe smontato dal turno alle 14,00 decise di fermarsi ancora e quelli che avevano anticipato il turno, vennero lesti in Reparto a chiedermi se potevano in qualche modo essermi d’aiuto.

Da piccolo lo avevo portato spesso in Ospedale a mostrargli dove lavorava il papà, così per lui non fu una sorpresa quando la barella su cui era sdraiato lo trasportò fin dentro la sala. “Dai salta di qua, adesso”, gli dissi mimando il movimento verso lo stretto lettino operatorio. Obbediente come un agnellino passò a sedere sul letto e prima di sdraiarsi si guardò intorno. Quante facce sorridenti in quella stanza. Tutti gli amici del papà erano dentro. Infermieri, Ferriste, colleghi Anestesisti, tutti gli dicevano qualcosa per tranquillizzarlo e farlo sorridere ma Luigi in quel momento aveva occhi, mente e cuore solo per me. Lo capii e gli posai una mano sulla guancia. Lo faccio anche adesso che ha ventuno anni, quando voglio tranquillizzarlo.
Ed anche allora si chetò.
Arrivò il suo omonimo e mio collega e si occupò di incannulargli una vena a sinistra, io invece stavo alla testa e preparavo i farmaci e l’apparecchio.

Il tempo dei tentennamenti stava per scadere, eravamo al capolinea.
Nella presala i Chirurghi si lavavano. Conoscevo molto bene i tempi e le movenze. Come gli acrobati del Circo sul trapezio nel momento in cui il dondolio raggiunge il punto morto e il compagno si lancia nel vuoto, l’altro dev’essere già pronto, braccia tese, ad afferrarne i polsi e salvarlo dalla rovinosa caduta al suolo. Così, dovetti dare inizio alle procedure dell’Anestesia.
Chi per primo ha paragonato questo momento al decollo di un aereo ha colto esattamente nel segno. C’è una fase nell’Anestesia, come nel volo, superata la quale sei costretto ad andare avanti. E’ la fase di ‘non ritorno’. In Anestesia è quella della sospensione di un essere umano nel limbo di una morte apparente. Hai già abolito ogni funzione di relazione di quel tuo simile, hai rallentato anche alcuni processi vitali, respiri tu per lui, sei tu il suo ‘alito Divino’ e il tuo cuore batte quasi all’unisono col suo. Una vita sospesa. Da lì in poi sei costretto a ‘volare’ fino al traguardo.
Nel volo aereo è quella in cui dopo aver portato i motori al massimo stacchi i freni e lanci l’aereo sui tre chilometri di pista che ti permettono il decollo. Da lì in poi, o stacchi, o stacchi!

“Sei pronto?”, gli chiesi . Estese la testa un po’ indietro, abbozzò un “Si”, ma tremava. Avrei voluto tenere il suo piccolo cuore dentro il mio e invece iniziai a iniettare l’anestetico. Potevo vedere ogni milligrammo di quel veleno che entrava nel suo sangue e andava a depositarsi in ogni neurone. Chiuse gli occhi, accennò uno sbadiglio e a quel segno sorrisi dentro di me: avevo eseguito un’induzione da manuale.
Paralizzai tutti i suoi muscoli e iniziò il ‘volo al massimo dei motori’.
Ventilarlo, intubarlo e collegarlo al respiratore fu una sequenza di atti già espletati migliaia di volte in vent’anni e li eseguii senza nemmeno pensare che li stessi facendo… a me stesso.
Il decollo andò a buon fine, adesso eravamo tutti in volo livellato.
Lui volava da solo e la mia mente volava libera. Mi sentivo un aliante e potevo spaziare in quel momento nel mondo dei ricordi.
Come in un Delfino adulto che può usare indipendentemente i suoi due emisferi cerebrali, uno era attento a tutto ciò che lo circondava, apparecchio di anestesia, i monitor che coi loro bip mi raccontavano l’attività vegetativa di Luigi e l’altro nuotava nel mare del mio vissuto. Rivedevo in Luigi me e quella Vigilia di Natale di quarant’anni prima[1] quando fui narcotizzato a forza e operato d’appendicite e sinceramente ‘invidiai’ mio figlio perché aveva avuto la possibilità e la ‘fortuna’ di ricevere un’Anestesia moderna, bilanciata, gradevole, dolce, sicura. In quel momento però avvertii una sorta di dolore sordo, profondo, nell’anima. Mi rendevo conto che era mio figlio, non io che rischiavo.
Il mio destino quarant’anni prima s’era già concluso felicemente, adesso toccava a lui emergere lentamente dall’Ade.
Pensai al mito di Orfeo che perde la sua sposa proprio all’uscita da quell’infernale rifugio e mi dissi che non avrei permesso che quel mito si ripetesse. Avrei aderito a tutte le richieste di tutti gli Dei.

In quel momento io vivevo una ‘maternità’. Lo so è una follia, un controsenso, un’allucinazione. Ma in quel frangente il corrispondente delle doglie era per me l’ingresso  di mio figlio nel mondo delle ombre, non l’uscita alla nascita. E il mio dolore ‘fisico’ era all’entrata, come se si soffrisse nel momento della fecondazione.
“Puoi iniziare a svegliarlo – come sempre Natale corrugò la fronte e scherzando mi disse quali ‘strani farmaci’ sommini-strargli per il risveglio – ho quasi finito”. Quella mezzora che dura l’intervento era stata per me l’eternità che Dio ci ha promesso alla fine. Chissà se i biblici sei giorni della Creazione siano stati i miliardi di anni trascorsi da allora ad ora.
Chiusi i vapori anestetici, aspettai paziente la decurarizzazione e piano piano, come il Delfino, rividi mio figlio che emergeva dalle profondità oceaniche dello Jonio blu.
Aprì gli occhi, respirò in superficie, sputò fuori l’acqua del ‘Mare Nostrum’ tossì un po’. Era nato. Mi era nato un figlio ed ero felice come la mamma appena vede il suo poggiato sul ventre, che l’ha tenuto nascosto nove lunghissimi mesi.
Luigi da feto vi ha nuotato felice, da ragazzo tornato alla vita nuota con me, nel mare, il nostro liquido amniotico regala-toci per ricordare da dove siamo venuti e nel quale spesso ci piace rituffarci.
Salvo Figura

[1] Vedi il Racconto ‘Dante per Dante’

6 commenti:

salvo figura ha detto...

Non è un commento a questo racconto ma una riflessione per il simpaticissimo "Troll" che ogni tanto mi fa visita.
L'ultima sua sparata è che le oltre 40mila visite del mio BLOG sarebbero dovute agli accessi che farei io giornalmente per fare scattare il contatore! Ma certo amico mio, io passo le ore e le notti a fare questo lavoro.
Quanto al singor Frasca che citi come responsabile di qualche giudizio poco lusinghiero sul BLOG e che io avrei copiato, non so chi sia, nè mi interessa. Ma se ti rosichi così tanto e godi nel rosicare, torna a trovarmi, non potrai che deliziarmi. Amo vedere i "FEGATI SFATTI" dall'invidia.
Ti aspetto.
Salvo

Anonimo ha detto...

se esiste questo troll dov'è il suo commento?

l'invidia la chiama chi ne ha bisogno

salvo figura ha detto...

Vedi caro anonimo,
non è mio costume pubblicare i commenti maluducati come pure quelli anonimi. Questo infatti è il tuo ultimo che pubblicherò. Allora se hai il coraggio di metterci la faccia dietro i tupi commenti, come io la metto dietro il mio blog, potremo dialogare, altrimenti perdi il tuo tempo.
Ah... l'nvidia è anche di chi scrive in maniera ANONIMA, sentendosi inferiore al destinatario ma cercando di mascherarlo.
Buon pomeriggio.
Salvo Figura
(vedi coè bello? NOME E COGNOME)

Anonimo ha detto...

Vivi in un mondo illusorio. Alla tua età succede.
Cordiali saluti ai natali,... i tuoi destinatari

salvo figura ha detto...

Quanto scrivi male caro anonimo. E hai pure il coraggio di spacciarti per grande scrittore e poeta? Salvo poi farti stampare nella tipografia soto casa, i tuoi capolavori?
Non sai che prima dei puntini di sospensione non si mette alcun segno?
E cosa significa quel saluto balordo dei "natali" a cosa ti riferisci? Ai tuoi "natali" che fuor di certo inferioiri ai miei?"

salvo figura ha detto...

Commenti di allora. Oggi di certo non replicherei al troll. Ma si sa: "La saggezza aumenta con gli anni".

BENVENUTO
....a te lettore che passi, ricorda che le parole resteranno e ti sopravviveranno, perciò pesale.