venerdì 15 aprile 2016

La SECONDA Pillola di Salvo:" Mamma... la Peste nera!"

E siamo alla seconda pillola.
Pensavate fosse finito l'orrore?  Siamo solo agli inizi del dramma per ogni uomo,donna o bambino che calpestò il suolo d'Europa nel XIV secolo e per oltre venticinque anni, con fasi di stasi e recrudescenze, quasi che il Cielo o chi per lui si divertisse a tormentare l'Uomo. Come certe mosche che più le cacci via e più tornano a infastidirti. Solo che qui, si moriva!
Ecco allora la seconda parte:


Le Pillole di Salvo: “Mamma la Peste… Nera!”

Seconda parte

Un cronista fiorentino, Marchionne Stefani, scrisse: “Moltissimi morirono che non vi fu chi non li vedesse e molti ne morirono di fame, imperocchè come uno si ponea in sul letto malato, quelli di casa, sbigottiti gli diceano:< io vo per lo medico> e serravano pianamente l’uscio da via e non vi tornavano più.
Cosicché a Firenze si moriva di peste e di fame mentre a Venezia, il governo cittadino incaricò degli addetti a passare casa per casa e trasportar via i malati, i moribondi e i morti, nelle isole di San Marco o di San Leonardo. Molti “spiravano su queste imbarcazioni e molti ancora respiravano e rendeano l’anima soltanto in queste fosse”. Insomma c’è da presumere che furono parecchi quelli sepolti vivi sia pure già agonizzanti. Ma sulle regole ferree del governo della città della laguna, ci sarebbe davvero tanto da scrivere.
“E non sonavano campane e non si piangeva persona, che quasi ogni persona aspettava la morte. E per siffatto modo andava la cosa, che la gente non credeva, che nissuno ne rimanesse, e molti huomini credevano, e dicevano: questo è fine Mondo”.
Accadde così che la gente, in tutt’Europa credeva che la malattia fosse un castigo inviato da Dio allo scopo di punire la depravazione dei costumi che aveva
caratterizzato quest’epoca. Né la Chiesa fece alcunché per allontanare tali credenze; piuttosto le incentivò. Si verificò così un riaccendersi del fervore religioso della popolazione. In Francia e nel centro Europa riprese un grande movimento penitenziale che s’era spento dopo l’anno Mille e la presunta fine del mondo. Si assistette così a fiumane di persone che scorrevano in processione nelle chiese e nelle piazze e si flagellava piangendo, pregando e invocando il nome di Gesù, dei santi e della Vergine Maria a protezione del mondo e delle città. La gente iniziò a testamentare in favore di chiese e conventi che così raggiunsero ricchezze mai sognate prima d’allora. Tali arricchimenti però non furono del tutto indolori poiché molti uomini di chiesa dovevano, per guadagnarsi questa fetta di “Paradiso” in Terra, continuare ad assistere i malati. Cosicché morivano anch’essi di peste.
Si giunse al punto che venendo a mancare i preti, i Vescovi furono costretti a ordinare sacerdoti, giovani che ancora non avevano terminato gli studi necessari.
Gli apparati pubblici ben presto si trovarono prostrati. In ogni città d’Italia tra la metà e i due terzi della popolazione soccombette. Opere pubbliche, apparati burocratici dovettero essere soppressi. La fuga di notai, insegnanti, militari di professione, medici, obbligava i governi delle varie città a reclutare queste figure a prezzi esosi. Ognuno cercava, dove e come poteva, di alzare il prezzo delle proprie prestazioni.
In breve le casse Statali e comunali andarono o rischiarono di andare al dissesto totale. Bologna dovette reprimere nel sangue un tentativo di colpo di Stato.
Le città vennero invase da ciarlatani improvvisati medici e preti. Il medico personale di Papa Clemente VI, Guy de Chauliac scriveva: “Per paura del disonore non osai fuggire. Tormentato continuamente dalla paura, cercai di proteggermi alla meno peggio.”
Di contro al fervore religioso, alle paure, alle fughe precipitose, ai disconoscimenti familiari, alle processioni e alle autoflagellazioni, si assistette anche a un’inversione totale dello spirito di sconfitta e di abbattimento. Nacque uno spirito “godereccio”, crapulone, libertario, erotico e sessuale che contagiò allo stesso modo tutte le classi sociali. Naturalmente quelle che se lo potevano permettere. L’attesa e il panorama da fine del Mondo, indusse moltissima gente a godere e approfittare di quegli ultimi giorni per soddisfare ogni sorta di appetito. Da quello culinario a quello sessuale.
Racconta Boccaccio nel Decamerone, che dopo un primo momento di disperazione e smarrimento, “altri in contraria opinion tratti, affermavano il bere assai e il godere e l’andar  cantando a torno e sollazzando e il soddisfare d’ogni cosa all’appetito che si potesse e di ciò che avveniva ridere e beffarsi assai, esser medicina certissima a tanto male.”
E così giorno e notte le taverne, le osterie e i bordelli erano frequentati da orde di gente in preda all’alcool e ai fumi del sesso. Poco importava che il contatto di tanta umanità potesse provocare ulteriori contagi. Il concetto del contagio nemmeno esisteva. La Medicina era veramente primitiva nei concetti dell’epidemiologia e così insieme alla morte, trionfò il bere e il sesso. Bacco e Venere(il tabacco era ancora di là da venire), insieme a sorella Peste, continuavano a falciare vittime su vittime. Stranamente e mai chiarito, la maggior parte di queste erano giovani donne e per di più belle, come afferma ancora il Boccaccio.

L’umana ingratitudine e l’inizio di un abbozzo di antropocentrismo, portarono a una dissolutezza di costumi senza pari. Finita, infatti, la Peste, non si tornò alla morigeratezza; tutt’altro. I sopravvissuti invece di ringraziare Dio per lo scampato pericolo, come scrisse Matteo Villani, cronista fiorentino: “… trovandosi pochi e abbondanti per l’eredità e successione dei beni terreni, dimenticando le cose passate come se state non fossero, si diedero alla più sconcia e disonesta vita che prima non avieno usata, però che  vacando in ozio usavano dissolutamente il peccato della gola, i conviti, le taverne, le delizie con dilicate vivande e giuochi, scorrendo nella lussuria senza freno, trovando ne’ vestimenti, strane e disusate fogge e disoneste maniere, mutando nuove forme a tuttl li arredi.”
Molti storici concordano sul fatto che la degenerazione dei costumi fosse già iniziata prima del diffondersi della Peste e che questa, insieme alla disperazione e alla depravazione, innalzò paradossalmente il tenore di vita di molti, il gusto per il lusso, la fornicazione smodata. Tutto per via di quei facili arricchimenti dovuti ai lasciti testamentari più o meno leciti e all’abbassamento demografico. Cosicché in pochi, si spartirono il molto.
Ciò portò a uno smodato desiderio di divertirsi. Marchionne Stefani racconta lo stupore dei sopravvissuti che dall’oggi al domani si ritrovarono ricchi sfondati e il loro desiderio di abbandonarsi al lusso in queste parole: “ E tale che non aveva nulla, si trovò ricco, che non gli pareva che fusse suo, ed a lui medesimo pareva gli si disdicesse. E cominciorno a sfoggiare nei vestimenti e ne’ cavagli e le donne e gli uomini”.
Una teoria, però molto contestata, vorrebbe nella Peste, la causa prima del sorgere del Rinascimento, motivando ciò con la crescente ricchezza che avrebbe dirottato l’economia verso l’acquisto di opere d’arte, il pagamento di artisti dei più vari generi, piuttosto che nell’investimento in attività produttive.
In questo bailamme di nuovi ricchi, di milioni di morti, la medicina Ufficiale, continuava a brancolare nel buio, cullandosi in effluvii, clisteri e salassi.
Ma di ciò parleremo nella prossima puntata.
Continua…
 

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