martedì 19 aprile 2016

La TERZA PILLOLA di Salvo: La Peste nera infuria

Eccoci alla terza pillola!
La peste ha ormai preso il sopravvento in tutta Europa. I morti si contano a decine di migliaia in ogni città minando le basi civili, sociali ed economiche delle piccole e delle grandi città. Siena per esempio su un totale di settantamila abitanti ne vide morire due terzi. Ogni attività economica si arrestò e il costruendo Duomo a fianco dell'attuale fu lasciato incompleto.
Stessa sorte ebbero centinaia di altre città in Italia ed Europa.
Ma vi lascio al resoconto storico con stralci di diari scritti allepoca.
Buona lettura



Le Pillole di Salvo: “Mamma la Peste… Nera!”

Terza parte

Certo i medici e la Medicina ufficiale del XIV e XV secolo, non fecero una bella figura davanti a quell’epidemia che uccideva a migliaia su migliaia gli abitanti di villaggi e città fiorenti e progredite.
Ma sono anche da capire: le loro cognizioni e le teorie ufficiali si rifacevano soprattutto a concetti filosofici, astrologici, quando non religiosi, che attribuivano l’origine e la diffusione del morbo, a sconosciuti miasmi, esalazioni, discrasie tra umori o peggio ancora a punizioni divine, contro cui ogni terapia era inefficace, se non rimettere l’anima al Padreterno, pentirsi e… sperare.
I medici dell’epoca avevano solide preparazioni astrologiche e filosofiche e le loro cognizioni si rifacevano a Ippocrate e a Galeno secondo i quali(specie quest’ultimo) le malattie erano dovute a discrasie, cioè a cattivi mescolamenti dei quattro umori principali: Flemma, sangue, bile gialla e nera.
Era sconosciuta l’idea del contagio e ancor meno quella da animale a uomo e certi morbi erano attribuiti ai soffi pestiferi. Fu questo il concetto prevalente ideato da un Italiano e che “contagiò” presto la medicina ufficiale europea.
Gentile da Foligno, medico Umbro, elaborò la teoria del “Paradigma del soffio pestifero”.
Secondo tale teoria in un giorno imprecisato dell’estaste 1345, dal mare e dalla terraferma, furono risucchiatenell’aria, esalazioni insalubri che subirono un surriscaldamento e furono nuovamente rigettate sulla terra come venti corrotti. L’uomo che inspirava questo soffio pestifero, subiva un’intossicazione che si concentrava intorno al cuore e ai polmoni. Respirando, costui contagiava familiari e vicini. Unica terapia efficace era “lo irrobustimento de lo cuore e de li altri organi principali e ne lo stesso tempo la lotta contro la putrescenza velenosa…”. Peccato che  la peste si portò via proprio lui, il medico, nel giugno del 1348.
Non capivano molto, anzi nulla di questo morbo e le loro teorie lo dimostrano in maniera lampante, ma avevano la percezione della contagiosità della peste e del disastro cui stavano per andare incontro. Le condizioni climatiche erano un altro fattore, spiegavano i medici del tempo, che poteva essere all’origine della malattia. Il vento caldo che proveniva da Sud era particolarmente pericoloso, come lo erano le fontane e le acque stagnanti, le carogne degli animali e i cadaveri umani, adoperati in guerra anche come “armi di distruzione di massa”, diremmo oggi. Non era infrequente il fatto che tali cadaveri venissero lanciati con le catapulte, all’interno dei castelli e delle città assediate, provocando epidemie di tifo e di altre malattie che mettevano allo stremo gli assediati.
Si narra anche che nel gennaio del 1348 il Friuli fosse colpito da un terribile terremoto in seguito al quale si aprirono delle grandi falle nel terreno, da cui fuoriuscirono miasmi pestiferi che invasero l’Italia e la Germania e diedero origine all’epidemia più spaventosa della storia.
Nessuna cognizione, nemmeno teorica, esisteva allora sull’esistenza dei batteri e men che meno dei virus e dunque si continuava imperterriti sulle teorie prima enunciate. Occorrerà giungere alle soglie del 1800 prima di individuare l’origine vera della peste, e solo dopo l’invenzione del microscopio, per poter guardare in faccia il terribile Pasteurella Pestis, il vero responsabile della strage o del genocidio che si verificò.
Zero agente etiologico, dunque, zero terapie efficaci. 
Non si rendevano nemmeno conto che fossero le pulci a trasmettere la

Peste dei ratti, e spesso il morso dei topi stessi, affetti già dalla malattia.
La forma polmonare fu responsabile della diffusione a macchia d’olio della malattia e delle stragi in Italiane e in Europa. Il contagio avveniva oramai da uomo a uomo in una forma violentissima e gli unici rimedi che si escogitarono furono costituiti da grandi fumigazioni con erbe aromatiche. Si narra che Papa Clemente VI si fosse rifugiato ad Avignone e per tutta la durata dell’epidemia facesse accendere grandi falò. In fondo non era in errore poiché senza saperlo, il fuoco e il calore tenevano lontani topi e pulci!
I medici, come s’era detto nella puntata precedente, fuggivano dietro l’incalzare del morbo, ma le poche volte che andavano a visitare i malati lo facevano voltando loro le spalle, per evitare il respiro pestifero.
Il malato a sua volta veniva posto su dei soppalchi, spesso a contatto con altri malati, perché era credenza comune che l’aria calda, appestata, andasse verso l’alto e in quella posizione lo sventurato, non poteva contagiare altri familiari che stavano in basso.
Non si dovevano aprire le finestre esposte a Sud-Est per non far entrare l’aria pericolosa di quella direzione. Venivano invece aperte quelle esposte ai freddi venti del Nord, puliti e salubri.
Clisteri e flebotomie, erano efficaci  per depurare il sangue e gli intestini dalle sostanze putrescenti. Fuochi e fumo, dovevano purificare l’aria. Misture di acqua e aceto venivano adoperate per lavare mani e viso.
Vietati gli sforzi eccessivi(il lavoro manuale iniziò a decadere), il dormire durante il giorno, e ogni attività sessuale per non forzare l’aspirazione di miasmi pericolosi.
I medici visitavano con l’ausilio di sostanze odorose e penetranti poste davanti al naso(nel 1600 a Venezia si adotterà la famosa maschera del Medico della Peste).
Un miscuglio di sostanze inerti, mescolate a intrugli degni di fattucchiere e stregoni, la famosa triaca, veniva somministrato come miracoloso farmaco. Era una mistura di: Trocisci di vipera, vale a dire carne di vipera dei Colli Euganei, femmina, non gravida, catturata qualche settimana dopo il letargo invernale, privata della testa, della coda e dei visceri, bollita in acqua di fonte salata ed aromatizzata con aneto, triturata, impastata con pane secco, lavorata in forme tondeggianti della dimensione di una noce e posta ad essiccare all’ombra.
   Altro componente fondamentale era l’Oppio, che doveva provenire rigorosamente da Tebe, in quanto di qualità superiore rispetto a quello Turco.
   Altri ingredienti erano l’asfalto, il benzoino, la mirra , la cannella, il croco, il solfato di ferro, la radice di genziana, il mastice, la gomma arabica, il fungo del larice, l’incenso, la scilla, il castoro, il rabarbaro, la calcite, la trementina, il carpobalsamo, il malabatro, la terra di Lemno, l’opobalsamo, la valeriana  et alia.(Dal Diz. Univers.).
Accanto a questi riti e rimedi che definiremmo preistorici o comunque degni di sciamani dell’America del Sud(che non era ancora stata scoperta!), c’era chi propugnava teorie da… ‘Medicina alternativa’. I comportamenti edonistici erano alla base di tali terapie controcorrente.
Ridere, scherzare, e festeggiare in compagnia’; ritirarsi nelle ville di campagna e lì, mangiare, bere, ascoltare musica(e forse, fare sesso), erano i capisaldi fondamentali di queste terapie.
Il Medico padovano Mercuriale, ancora alla fine del 1500 esortava a fare ciò e il medico personale del Re Venceslao di Boemia esortava a “cancellare anche dai pensieri la Peste; a non parlarne, perché anche solo la paura dell’epidemia, l’immaginarla e il parlarne, sono la causa nell’uomo, dell’insorgere della malattia stessa.”
Eppure in questo bailamme di teorie, terapie e riti, alcune grandi intuizioni fecero sì che i danni fossero limitati, pur nell’olocausto che quell’epidemia provocò.
Come ho già ribadito prima, i medici del tempo non avevano alcuna possibilità, nemmeno teorica, di identificare l’agente patologico della peste. Occorreranno altri tre secoli per teorizzarlo e due ancora per “guardarlo de visu”. In occasione di questa pestilenza del 1348, ripeto, la più grave nella storia dell’uomo, i protomedici, le autorità di governo, intuirono che l’isolamento e alcune pratiche di “polizia mortuaria” potevano limitare la diffusione del contagio. Qualunque ne fosse la causa.
La Repubblica della Serenissima, civile e rigida, emanò delle ordinanze che imponevano il seppellimento dei morti in fosse comuni, lontane da S.Marco. Introdusse l’obbligo di “denuncia” e tutti i trasgressori venivano passati “per la corda”. I malati venissero isolati e difatti a migliaia furono trasportati negli isolotti vicini: Lazzaretti ante litteram. Tale pratica della denuncia e dell’isolamento, furono seguite o prese in maniera autonoma anche da Reggio Emilia e Ragusa. Non si chiamava ancora quarantena ma era qualcosa che le somigliava e che senza dubbio contribuì a delimitare il contagio.
Si passò anche a una sorta di “osservazione statistico-epidemiologica”, diremmo con termine moderno. Si notò, infatti, che i conciatori si ammalavano meno dei fornai. La cosa è facilmente spiegabile(da noi) con l’uso di sostanze aggressive(gli acidi da concia) che sterilizzavano gli ambienti rendendoli inospitali a ratti e pulci. Grande moria avvenne, almeno finché non fuggirono, tra sacerdoti e medici.
Purtroppo le teorie dei “sapienti” del passato, Ippocrate e Galeno, riprese dagli arabi,  e soprattutto dalla Chiesa Ufficiale, rendevano spesso vani tutti i tentativi di arginare il contagio.
Paradossalmente questo “genocidio infettivo” portò, alla fine del suo ciclo, un mutamento radicale e benefico(come accade alla fine di grandi guerre) di tutti i costumi e i pensieri.
E di questo vi informerò nella quarta e ultima puntata della Peste nera.
Continua…
 

2 commenti:

Danila Oppio ha detto...

Molto ma molto interessante questo ciclo sulla Peste. Ne abbiamo conosciuto l'esistenza anche attraverso I promessi sposi del Manzoni. Ma come attaccasse le popolazioni, nei dettagli, non l'ho letto mai enunciato così bene. Grazie Salvo!
Danila

salvo figura ha detto...

La Storia della Medicina è una delle mie passioni.
Lieto di fare un buon servizio.
Salvo

BENVENUTO
....a te lettore che passi, ricorda che le parole resteranno e ti sopravviveranno, perciò pesale.