mercoledì 13 aprile 2016

LE PILLOLE dI Salvo

Eccomi qua.
Come promesso, ho chiuso il capitolo su quel sito... che ormai tutti conoscete, ho messo l'animo in pace ché non otterrò mai una risposta garbata e passo a dialogare ancora con voi.
Inizia da adesso una nuova serie di articoli che avranno come titolo "Le pillole di Salvo".
Da medico non potevo scegliere un titolo più appropriato, trattandosi di "pillole" di Storia della medicina; condensati cioè di secoli di quest'arte o professione, che ha quale scopo principale quello della cura dei propri simili. 
E' vero che molti mascalzoni ne hanno fatto un business personale per arricchirsi sulla pelle della gente e sulle sofferenze, ma per la stragrande parte, i medici si sono sempre distinti per moralità, etica e professionalità. Le mele marce sono ovunque e occorre allontanarle appena individuate perché sono contagiose.
Il primo articolo che vi presento oggi è dedicato a un flagello che ha imperversato per secoli in Europa e nel mondo asiatico, creando più morti delle guerre pur sanguinarie che hanno bagnato i suoli di questi continenti: LA PESTE.
Molti di voi avranno letto articoli su articoli su questo terribile malanno, ritenuto punizione divina e dunqueincensato e quasi "benedetto" da turbe di credenti. Niente affatto e lo dico da credente, cattolico. E' solamente una terribile malattia infettiva e contagiosissima trasmessa da un batterio indovato nella pulce che a sua volta lo "estrae" da animali infetti: topi, ratti, volpi, roditori.Ma leggete pure, avre davvero molto da scoprire.
BUONA LETTURA.


Le Pillole di Salvo: “Mamma… la Peste Nera!”
Prima parte
In un imprecisato giorno d’ottobre del 1347, dodici navi commerciali genovesi approdarono nel porto di Messina.
Giunsero alla spicciolata, sbandando e con le vele lacere. Ai remi pochissimi uomini, stanchi, emaciati, affaticati oltre ogni misura.
Parve strano agli abitanti della città, abituati a vedere ogni giorno gente di mare in piena forma, approdare e salpare con gioviale spirito di avventura, osservare adesso quei relitti umani che si trascinavano sulla tolda, incapaci persino di lanciare una gomena d’attracco.
Ciò però che balzò subito all’occhio dei più esperti Messinesi, fu quella sorta di bandiera, poco più di uno straccio lercio, e bisunto che penzolava dall’albero maestro come il trofeo di un ladrone disgraziato. Era di un giallo scolorito dalle intemperie e dalla salsedine. Da poco  era stato adottato come colore di pericolo in mare così ché il portolano non si azzardò nemmeno a raccogliere la gomena. La galea che inalberava quel tributo alla morte era quella nelle condizioni peggiori. E la nave, e gli uomini che la occupavano. 
Ricoperti di orrendi bubboni violacei, sdentati e disidratati, alcuni scossi da tremiti violenti, stavano per importare nel cuore dell’Europa la più terribile malattia che il genere umano abbia mai conosciuto nel corso della sua millenaria esistenza. Un vero flagello divino( e tale fu considerata per secoli): la Peste Nera.

L’Europa stava vivendo in quel momento uno dei suoi periodi di massimo splendore. Le carestie che l’avevano falcidiata dalla fine dell’800 in poi e fino al 1200 sembrava che finalmente stessero per cessare, come pure le guerre. Lo stesso clima, dopo un periodo di freddo intenso che aveva contribuito ad alimentare la carestia pareva finalmente volgere al bello. Da tutto ciò era derivato un incremento della natalità senza precedenti. L’inurbamento aveva favorito l’agglomerazione di migliaia di persone in spazi più angusti, ma tuttavia la società sembrava che stesse per respirare un’aria nuova. Cultura e vivere civile andavano di pari passo, fatti i dovuti distinguo dove la scrittura e la lettura restavano appannaggio ancora dei ceti nobiliari e di quelli ecclesiastici. Le arti facevano capolino dalle botteghe come pure gli artigiani “manovali”. In questo contesto, ciò che rappresentò l’arrivo di quelle dodici galee genovesi provenienti dall’oriente asiatico, lo potremmo paragonare all’esplosione di decine di auto-bomba in un mercato rionale in piena attività.
 
Proprio dalla Cina pare che ebbe origine la peste e si diffuse con una violenza, una virulenza e una velocità inarrestabili. Da Caffa, in Crimea, luogo privilegiato dei commerci liguri, a Bisanzio e da qui alla Sicilia e risalendo da essa fin oltre le Alpi, quella tremenda malattia infettiva e dall’altissima capacità di contagio stroncò nel volgere di meno di otto anni, oltre due terzi della popolazione europea. Qualcosa come venticinque milioni di persone perse la vita in seguito all’infezione che non risparmiò alcun ceto sociale né alcuna classe d’età.
I cronisti dell’epoca descrivono un quadro di sofferenza, di drammaticità, di disperazione, sconvolgenti.

I messinesi si accorsero subito, almeno i più esperti, visto che in passato qualche episodio sporadico s’era manifestato, ma mai nelle proporzioni che assunse da allora in poi, che si trattava di una malattia molto brutta; letale. Ricacciarono i marinai nelle loro navi, ma sconoscevano il vero vettore e per secoli rimase ignoto, o non attenzionato, della malattia: le pulci del topo. Questi, topi e pulci, abbandonarono le navi e invasero le strade della città. Affamati e rinselavatichiti, i roditori presero a mordere anche i gatti, i cani e gli umani, favorendo la propagazione del morbo.
Messina fu decimata nel breve volgere di una settimana. La paura prese il sopravvento sul raziocinio e persino sugli affetti. Quando fu chiaro che il contagio avveniva da uomo a uomo, i rapporti interpersonali si deteriorarono in un fiat! Mogli contro mariti, padri contro figli, tutti iniziarono ad ignorarsi, o persino a odiarsi ed evitarsi. Il figlio non prestò più cure al padre e la madre smise di allattare il figlio appestato. Rispetto e compassione furono sostituiti da egoismo, sospetto e timore. Si iniziò a non permettere più l’ingresso in città alle persone provenienti da luoghi già colpiti dal morbo. Un Medico di Padova in un suo scritto pregava che “ Possa tu che vivi in eterno, risparmiare gli abitanti di Padova, fa sì che nessuna epidemia abbia a colpirli e raggiungano esse piuttosto Venezia e le terre dei Saraceni…”
Il carattere improvviso e letale della malattia e il terrore di contrarla da una persona, anche un familiare infetto, giustificavano il sentimento di sfiducia nei confronti del prossimo. I religiosi che avrebbero dovuto portare conforto ai malati, furono tra i primi a fuggire. Si erano infatti resi conto che la confessione, bisbigliata all’orecchio, comportava un contatto fisico troppo ravvicinato, tanto che furono tantissimi gli ecclesiastici che morirono agli inizi. Si giunse così al paradosso che gli ammalati si confessavano ad alta voce dalla loro stanza, mentre il confessore restava fuori e i parenti, naturalmente uscivano di casa.
“Giorno e notte restavano esposti sugli altari l’ostia consacrata e l’olio degli infermi. Nessun sacerdote voleva portare il Sacramento ad eccezione di quelli che miravano ad una qualche ricompensa. Quasi tutti i frati mendicanti di Trento morirono(dalle “Cronache”del canonico G.da Parma)


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Se anche qualche sventurato aveva la fortuna di sopravvivere alla malattia sicuramente moriva di fame o di stenti perché nel frattempo era stato abbandonato in casa. Non fu raro assistere a familiari che fuggirono di casa dopo aver sprangato ogni uscita, col malato a letto.
Si era in una situazione di vera apocalisse e nella prossima puntata tratteremo di quelli che erano i sintomi e il decorso della malattia e di quali inutili cure attuarono i medici dell’epoca, del tutto impotenti di fronte a un evento più grande della povera scienza di cui disponevano e soprattutto della mentalità affatto scientifica con cui si ponevano di fronte all’evento stesso.
Nel frattempo, i morti, in tutta Europa, si contavano a milioni.
Continua…
 

2 commenti:

Danila Oppio ha detto...

Ecco, questi sono articoli istruttivi, adeguati ad un medico, e che alzano l'indice di lettura dei visitatori, oltre che ad acculturarli! Grazie Salvo, per queste Pillole!
Danila

Anonimo ha detto...


Queste Pillole, e te ne ringrazio, Salvo, almeno non mi intralciano lo stomaco, che è medicalmente preservato da altri farmaci, perchè sono ed appartengono alla storia, un po' triste e tragica, del nostro passato. Ma servono a ricordarci quante sofferenze e vere, hanno avuto e sopportato quei popoli nostri, pur ritrovando, nella dignità, nuova vita.
E ti confermo che è molto bello interessarsi di altro e non delle solite scemenze altrui
Gavino

BENVENUTO
....a te lettore che passi, ricorda che le parole resteranno e ti sopravviveranno, perciò pesale.